L’ Asian Youth Orchestra: il futuro della Musica

Scritto da , 29 agosto 2017
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Il mondo sonoro della fine dell’Ottocento nella struggente melodiosità del violino di Repin e nella eccellente qualità interpretativa della giovanissima formazione guidata da James Judd.

Di ROSANNA DI GIUSEPPE

Un’orchestra di grande valore si è esibita sul belvedere di Villa Rufolo all’interno del Ravello festival  2017, ancor più considerando la giovane età dei componenti compresa tra i 17 e i 27 anni. Si tratta dell’Orchestra Giovanile Asiatica (AYO) fondata da Yeudi Menhuin e Richard Pontzious, i cui centodieci membri sono tra i migliori musicisti asiatici aggiungendo alla loro preparazione tecnica un orgoglio di appartenenza e una compattezza di scopi e finalità che ne fa un organismo piuttosto unico. Diretta dal suo principale direttore, l’inglese James Judd, si è in quest’occasione esibita in un denso programma appartenente a quell’affascinante momento della storia della musica europea  tra fine Ottocento e inizio Novecento in cui la gloriosa tradizione classico-romantica viene da una parte ad evocare sé stessa, dall’altra  a sfaldarsi al cospetto della crisi delle certezze di un tempo,  aprendo la strada alla avveniristica prolifica vitalità artistica del cosiddetto “decadentismo”,  in realtà espressione della  nuova coscienza europea. Così la serata si è aperta con il concerto per violino e orchestra n.1 in sol minore di Max Bruch del 1866, violinista interprete Vadim Repin, ancora sulla scia di un filone tardo romantico, per poi essere occupata in tutta la restante seconda parte dalla complessa e suggestiva prima Sinfonia (1889-1896) di Gustav Mahler . L’esecuzione del violinista russo Vadim Repin ha sviscerato con eloquenza e nitidezza i valori di cantabilità e virtuosismo di questo celebre concerto ormai nel repertorio dei grandi virtuosi dello strumento, a partire dal primo esecutore l’ungherese Joseph Joachim che fornì a Bruch preziosi suggerimenti per il perfezionamento della sua composizione. Il fluido discorso musicale che trapassa senza soluzione di continuità dal primo movimento all’Adagio seguente caratterizzato più che da contrasti drammaticiti  da una scorrevole melodiosità, si è fregiato della carica espressiva dell’interprete e della precisione delle dinamiche di un complesso strumentale che catturava per la bellezza del suono, la qualità del legato degli archi, i nitidi timbri dei fiati. Un piglio deciso del violinista, tuttavia elegante e mai sopra le righe, ha connotato l’esecuzione del  Finale  attaccato velocemente e con slancio,  in dialogo con un’orchestra quanto mai compatta e sincrona nei ritmi e negli incastri di botte e risposte quasi da sembrare un unico omogeneo strumento collettivo. Unico bis concesso dal solista le spiritose variazioni del Carnevale di Venezia di Paganini, coadiuvato dal pizzicato degli archi. È stata quindi la volta di Mahler in cui la direzione di Judd ha dato il meglio in quanto a flessibilità, fantasia e morbidezza nel rendere e seguire i numerosi umori e spunti espressivi di questa musica che potremmo definire “globale” contenendo l’intera “natura” o l’intero “mondo”, tanto da  richiamare  alla mente la totalità del mondo artistico ed umano di uno Shakespeare. Un banco di prova straordinario per porre in risalto tutti i registri e timbri dell’orchestra che ha tradotto con giovanile baldanza il cangiantismo estremo della musica mahleriana, qui originariamente ispirata al romanzo “il Titano” di Jean Paul Richter con programma poi formalmente ricusato ma sostanzialmente presente in questo lavoro sinfonico. Il tono agreste del primo movimento con i timbri solistici dei legni  evocanti i versi degli uccelli, la spazialità sonora data dai timpani, o l’esplosione degli  ottoni nei ritmi di caccia, il tema di ländler del secondo movimento trattato con ‘accelerando’ e mutazioni agogiche per poi sfociare nel seduttivo trio in stile viennese, la suggestiva sonorità silenziosa dell’inizio del terzo movimento (meraviglioso il contrabbasso che principia l’esposizione coinvolgendo gli altri timbri gravi di straordinaria profondità) che trascorre dal semplice tema popolare  trattato con cifre stilistiche differenti non alieni dal grottesco, fino all’imponente grandiosità  poi  dileguantesi e infine il carattere concitato del quarto movimento il cui energico tema è sottoposto ad una ricca elaborazione sonatistica condotta progressivamente alla crescita trionfalistica conclusiva, hanno catturato senza posa un pubblico affascinato. Nessun bis avrebbe potuto seguire a una tale ricchezza musicale e interpretativa riconosciuta dalle ovazioni di ascoltatori entusiasti.

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