L’ amarezza di Non ti pago

Scritto da , 4 dicembre 2015

Di Olga Chieffi

 

Ci attendevamo un teatro Verdi straripante in ogni ordine di palchi, mercoledì sera, per la prima serata “fuori abbonamento” di “Non ti pago”. La compagnia di Luca De Filippo è stata sempre accolta con grande affetto e partecipazione qui a Salerno, come lo fu il padre, e le sue performance al massimo cittadino, a cominciare dalla trilogia con la regia firmata da Francesco Rosi, Napoli Milionaria, Le Voci di dentro e Filumena Marturano, passando per Le bugie con le gambe lunghe, l’Arte della Commedia, La grande magia e lo scorso anno, al delle Arti, Sogno di una notte di mezza-sbornia, hanno sempre fatto registrare il tutto esaurito. Due sere fa, al levarsi del sipario, schizzato da Gianmaurizio Fercioni per l’occasione, con stampe di biglietti d’epoca del Bancolotto e la famosa tombola napoletana recitata, per cornice, Gianfelice Imparato, Antonella Scioli, e l’intera compagnia Luca De Filippo, oltre a superare il dolore e la difficoltà di ritrovarsi su di un palcoscenico amico senza il capo-comico, a soli due giorni dall’estremo e inatteso saluto, hanno dovuto sopportare il gelo di un teatro semi-vuoto. Solo metà della platea e qualche palco, erano popolati, persone che non hanno inteso far mancare l’omaggio alla memoria di una delle massime famiglie del teatro italiano, nonché l’applauso agli eccellenti attori della compagnia, ospiti del loro teatro. La notizia che numerosi avventori avessero chiesto il rimborso del biglietto all’annuncio della scomparsa di Luca De Filippo, ci ha lasciato ghiacci. Sapevamo che il pubblico di Salerno riesce ad essere freddo, disattento, attaccato ai cellulari, al fruscio delle carte di caramella, ai colpi di tosse, alla sua atavica ignoranza, alla passerella impellicciata, allo sbracciare dal palco per farsi notare, al chiacchiericcio a sipario già aperto, ma non cinico sino al punto di rinunciare ad una serata in teatro poiché lo spettacolo non sarebbe valso il prezzo del biglietto essendo scomparso il “grande nome”. Salerno provinciale da sempre, in tutti i campi, dalla politica alla musica, da oltre un secolo, a partire dagli stessi attori e registi delle numerose compagnie amatoriali, delle accademiette, dei teatrini, delle stabili cittadine, che pure hanno azzardato avvicinare qualche testo di Eduardo, in eterna ricerca della vetrina sulla stampa locale ( e guai ad un piccolo accenno di critica!), e che non vanno ad imparare e godere della recitazione dei maestri, gli allievi dei licei, gli studenti del nostro ateneo, che non partecipano alla vita culturale, di cui dovrebbero essere parte attiva dopo aver “preso” il titolicchio, unitamente  agli esimi giornalisti e critici teatrali di vaglia, che amano scambiarsi colpi di fendenti su quotidiani e siti web cittadini. Se la platea salernitana è questa, allora desideriamo abbracciare la compagnia dicendo agli attori che meglio poco pubblico ma qualificato, rispettoso e innamorato del teatro, e che qualcuno è rimasto a casa poiché non avrebbe sopportato l’emozione di non sentire l’applauso e la prima battuta di Ferdinando Quagliuolo non pronunciata da Luca De Filippo. Ma l’applauso c’è stato e caloroso: Gianfelice Imparato ha vestito i panni di Don Ferdinando e lui è un signor attore. Qualche citazione di troppo, forse, del maestro di tutti, Eduardo, ma quel rapporto di intimità e distanziazione che distingue i personaggi più famosi della stirpe dei folli raziocinanti del teatro di De Filippo è stato ben sottolineato. Perfetta l’intera compagnia con Aglietello (Nicola Pinto) che diventa il doppio popolare di Ferdinando, prefigurando il portiere Raffaele di “Questi Fanatsmi, il figurino Mario Bertolini (Massimo De Matteo) che richiama lo scarpettiano Don Felice Sciosciammocca, i Frungillo, con la coppia di attori che ha accentuato il proprio profilo di maschere funeree, insinuando il sospetto di un delitto, il mastino napoletano di famiglia, Masaniello, che si aggraverà nei piccoli omicidi delle Voci di dentro. Mirabile il ritmo frenetico delle sequenze e dei fenomeni scenici, le entrate-uscite dei personaggi, nell’intelligenza teatrale affinata con cui sono introdotti gli elementi apparentemente incongrui, le mille gags popolaresche, giocate sullo slittamento semantico delle parole o sulla ripetizione dei gesti; in quella tecnica eduardiana del discorso diretto che introduce dialoghi nel dialogo o nel monologo, il tutto nel salotto di una casa en plein-air, sotto un cielo, specchio dei “pensieri” di Don Ferdinando. Applausi convinti per l’intera compagnia e l’ultima standing ovation per Luca che, ci ha regalato, ancora una volta, una regia di estrema raffinatezza, con quel gusto per l’intreccio dei personaggi e dei luoghi.

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