L’ alienazione della famiglia Campione

Scritto da , 1 marzo 2016

 

Entusiastico successo di critica e pubblico per gli Omini, compagnia pistoiese, ospite della stagione Mutaverso, diretta da Vincenzo Albano

Di GEMMA CRISCUOLI

L’alienazione è contagiosa. Attraversa corpi e stagioni della vita, fiorendo indisturbata tra le mura domestiche. Applaudita dal Teatro del Giullare nell’ambito di Mutaverso, la stagione diretta da Vincenzo Albano, la compagnia pistoiese Gli omini ha proposto “La famiglia Campione”: nomen omen, dato che rappresentano il prototipo del nucleo familiare di oggi proprio nell’assurdità dei loro comportamenti. Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Luca Zacchini, che sono attori e interpreti con Giulia Zacchini, creano personaggi che non si dimenticano attraverso efficaci sfumature, incarnando a turno tre generazioni in un quadro che non ha nulla di rassicurante. La casa è quanto mai affollata: un nonno che vorrebbe vedere slanci nei giovani, un altro che ricorda con rabbia il passato, una nonna che passa la vita tra preghiere e moniti, Luana e il suo rancore verso il quotidiano, divorziata da Marcello, annichilito da una vita imprigionata, e risposata con Giancarlo, ubriaco del proprio ego, lieto di avere nel primo marito della donna la sua vittima prediletta e padre di Enrico, che nasconde la fragilità sotto la supponenza. I figli di Marcello sono Dario, ribelle senza causa, Mara, alle prese con una femminilità problematica, Bianca, non tanto una voce, ma un silenzio fuori dal coro. Ogni figura è inchiodata alla sua condizione con un’amarezza che non è meno viva se mescolata a un sarcasmo che non fa sconti a nessuno. Il ricorrere di gesti ed elementi, come i tristi gilet passati da un figlio all’altro, la busta che Marcello porta con sé per fare doni improbabili ed essere finalmente accettato, le mele mangiate con avidità o nervosismo alludono all’impossibilità di evadere da quella prigione che è la famiglia. Anche il viaggio a Dubai di Enrico appare una velleità più che un proposito. E se la casa è simbolo di un’immobilità mentale, l’unica risposta è mutare senso alla reclusione, che diviene spazio del proprio essere precluso a chi non comprende. Bianca si chiude in bagno senza comunicare con nessuno. L’unico segnale, non a caso, sarà “Summer on a solitary beach” che allude a un benefico naufragio e scatenerà l’inutile entusiasmo di Dario, che si limita a un tragicomico disprezzo del contesto. La giovane uscirà per mangiare una mela e si rinchiuderà di nuovo. Le parole sono inutili. Mai perdere di vista le porte chiuse. Veleno e frustrazione, quasi sempre, abitano lì.

 

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