L’ affresco drammatico della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi

Domani sera, alle ore 20, Juraj Valcuha sarà sul podio del nostro massimo a dirigere l’orchestra e il coro del Teatro di San Carlo, con i solisti Rachel Willis Sorensen, Olesya Petrova, Antonio Poli e Liang Li

Di OLGA CHIEFFI

Il Requiem di Verdi, il cui titolo completo è “Messa da Requiem per l’anniversario della morte di Manzoni – 22 maggio 1874”, inaugurerà domani sera, alle ore 20, la stagione concertistica del massimo cittadino. Sarà la bacchetta del direttore musicale del Teatro di San Carlo, Juraj Valčuha, con i solisti Rachel Willis Sorensen (soprano), Elena Zhidkova (mezzosoprano), Antonio Poli (tenore) e Liang Li (basso), e il coro preparato da Gea Garatti Ansini, ad interpretare il capolavoro verdiano. Se, in qualcuna delle brevi pagine sacre che hanno preceduto la Messa, Giuseppe Verdi è stato un poco guardingo, non discostandosi dalle più ovvie tradizioni del genere, qui ha inteso dimostrare che, anche un compositore italiano, inevitabilmente “compromesso” con lo strapotere del melodramma, è in grado di affrontare una grande composizione sinfonico corale, come quelle di Berlioz o di Brahms. E ha scelto la via più congeniale al proprio temperamento di drammaturgo, creando una meditazione sulla morte che è qualcosa di completamente diverso, anzi di opposto a quanto aveva fatto qualche anno prima con la trasfigurazione della “Forza del Destino”. Qui, nel Requiem, la morte genera terrore, e, per affrontarla è necessario gettare uno sguardo a tutta la propria vita, per indagare su di essa e separare il bene dal male. Se il Padre Guardiano esprimeva fiducia e speranza con la parola rivolta ad un radioso futuro, nel Requiem lo sguardo è rivolto all’indietro, con la constatazione che la fine liberatoria sarà concessa soltanto a pochi eletti. L’ambiguità tra sentimento collettivo apocalittico e ripiegamento intimistico è uno degli elementi di grande fascino del Requiem. Nella sequenza del Dies Irae di Tommaso da Celano, le voci soliste (basso e mezzosoprano) entrano largamente in anticipo rispetto alla prima persona singolare, che si presenta solo alla settima stanza (“quid sum miser”). Vi sono alcune rimembranze dell’antico stile sacro contrappuntistico ai versi Te decet hymnus  (a cappella), quam olim Abrahae e il Sanctus. Per contrasto, abbiamo, invece, momenti in cui il sentimento individuale è espresso nel modo più caloroso, nel linguaggio privo di mediazioni dell’hic et nunc verdiano, quello che il cigno di Busseto aveva affinato nel melodramma: il Kyrie eleison, il Recordare , l’Ingemisco, i versi Salva me fons pietatis, oro supplex et acclinis, et lux perpetua nel Lux aeternam, il Requiem aeternam cantato dal soprano nel Libera me. Vi sono, però, anche momenti in cui, senza rinunciare alla potenza del sentimento musicale, Verdi sembra voler far riaffiorare una religiosità più arcaica e primordiale, che si discosta sia dalla melodia operistica sia dalla polifonia severa. Che sia l’antico canto salmodiato del coro, con cui si apre l’introito o del soprano nella drammatica invocazione del Libera me, che siano le rievocazioni di lugubri marce funebri (il Lacrymosa o il Requiem aeternam del basso nel Lux aeterna), o il canto spoglio e monodico dell’Agnus dei, in tutti questi casi Verdi sembra volersi riconnettere con archetipi ancestrali della ritualità popolare, come se in questi ultimi trovasse la voce più autentica dell’uomo che si rivolge a Dio, e potesse così, lui agnostico, parteciparvi. L’unità tra le diverse sfaccettature della musica non viene trovata da Verdi in un principio formale, bensì in un principio psicologico. Nel ritornare imprevedibile e incontenibile delle medesime pulsioni della psiche ci sentiamo ogni volta risospinti indietro, attanagliati dal primordiale: il terrore del Dies Irae, il grido di fede del Libera me, irrompono più volte nel brano con una forza immutata, la supplica dell’individuo, sospesa tra timore e speranza, non ha risposta, e il finale termina con l’unica certezza della morte terrena. Si tratta a ben vedere di un finale “laico”, nel quale manca la fiducia del fedele nel perdono divino: l’ascoltatore non saprà mai se la supplica è stata accolta oppure no, percependo unicamente lo spegnersi della vita.