Kohlhaas compie trent’anni

Scritto da , 26 Febbraio 2020
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Questa sera, alle ore 21, la storica pièce portata in giro da Marco Baliani sarà ospite del cartellone di teatro contemporaneo della Sala Pasolini

Di OLGA CHIEFFI

Torna a Salerno Marco Baliani e lo fa con uno spettacolo cult che ha debuttato nel 1990, “Kohlhaas” la rilettura di un racconto  di Heinrich von Kleist nella riduzione dello stesso attore e Remo Rostagno per la regia Maria Maglietta, una produzione di Trickster Teatro ospite domani sera, con inizio alle ore 21, del palcoscenico della Sala Pasolini, gemma della sezione di teatro civile del massimo cittadino. “Lungo le rive dell’Havel viveva, intorno alla metà del sedicesimo secolo, un mercante di cavalli di nome Michele Kohlhaas, …uno degli uomini più giusti ma anche più terribili del suo tempo”. La laconicità con cui Kleist nell’incipit definisce Michele Kohlhaas, contiene già quella che è la cifra dell’intero racconto: la compresenza di opposti che non si escludono ma convivono generando un’ambivalenza apparentemente contraddittoria, in realtà forsennatamente coerente. Kleist prende spunto da un reale fatto di cronaca avvenuto nel sedicesimo secolo in Germania. Lo eleva e lo trasfigura in una lezione universale sulla giustizia, drammatizzando come fosse una sua personale richiesta di diritto e dovere quel che dovrebbe essere proprio della comunità. Ma qui, purtroppo, il torto diventa diritto, come quasi sempre accade nelle questioni legali in cui prevalgono i meccanismi di potere della classe politica dominante. Lo scritto di Kleist non ha paragoni per struttura e contenuti nella letteratura tedesca. Il racconto narra la vicenda di Michael Kohlhaas, uomo probo e giusto che per il sopruso di un nobile si vede requisire, o meglio, rubare ingiustamente, dei cavalli. A questo punto  scatta la sua sete di giustizia che genera accadimenti tortuosi e fatali, portando il poveretto a una ribellione feroce: si fa bandito e per vendetta, a sua volta, genera nuove ingiustizie e lutti. Il dramma si conclude tragicamente, il povero Kohlhaas viene giustiziato. Ma il riconoscimento del diritto e della legge degli uomini ci lascia con l’amaro in bocca. Si susseguono quindi nel racconto tre stadi: il sopruso che genera la sete di giustizia di Kohlhaas, la svolta tragica che suscita nel protagonista la drammaticità del dolore e che genererà, a sua volta, la sua sete di vendetta, l’irrompere di catene di eventi via via sempre più irrazionali, che introducono nella vicenda una dimensione fatale di cui sarà al tempo stesso interprete e vittima. Ed è proprio questo passaggio che trasforma la vicenda da un accadimento di ordinaria prepotenza e di abuso di potere in una storia di ordinaria follia che è il segreto e al tempo stesso la sovraeccitata potenza di questo racconto. Perché se la profanazione del diritto subita da Kohlhaas è per intero dentro la logica del suddito su cui si può infierire bellamente e, quindi, dentro una logica in sé corrotta e basata sulla manipolazione della verità, la profanazione del diritto che, nella sua reazione, attuerà il protagonista, è al contrario tutta dentro una logica di autoinvestitura per rimettere ordine e giustizia nel mondo, come se egli fosse in preda ad una fede da affermare e ad un’idea e a un compito di pulizia e di verità da realizzare. E, non a caso, Kleist attribuirà a Kohlhaas le vesti e la furia di un Angelo sterminatore: “L’ angelo del Giudizio piomba così giù dal cielo” scriverà Kleist riferendosi all’apparire di Michele nel castello di Venceslao di Tronka, il nobile che gli ha prima requisito e, poi, utilizzato, sfiancandoli e trasformandoli in due esangui ronzini i suoi due morelli, che Kohlhaas aveva dovuto lasciare in pegno presso il castello, per motivi rivelatisi poi delle “angherie illegali”. Kohlhaas è la storia di un sopruso che, non risolto attraverso le vie del diritto, genera una spirale di violenze sempre più incontrollabili, ma sempre in nome di un ideale di giustizia naturale e terrena, fino a che il conflitto generatore dell’intera vicenda, cos’è la giustizia e fino a che punto in nome della giustizia si può diventare giustizieri, non si risolve tragicamente lasciando intorno alla figura del protagonista una ambigua aura di possibile eroe del suo tempo. Le domande morali che la vicenda solleva e lascia sospese, si trasformano in uno strumento per parlare degli anni ’70, per parlare di quei conflitti in cui la generazione del ’68, in nome di un superiore ideale di giustizia sociale, arrivò a insanguinare piazze e città.

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