King Lear, la corona e la ruota della storia

Scritto da , 3 Novembre 2012
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Due scene simmetriche inquadrano la tragedia di King Lear: la prima in cui la parola del potere e la parola degli affetti si dimostrano inconciliabili: Cordelia non sa dar voce al proprio amore per il padre, perché questi deifica ogni sentimento in merce di scambio per beni, terre, eredità materiali, nel finale la conciliazione appare improvvisamente possibile: quello stesso padre, il vecchio Lear, dopo aver bandito la fedele Cordelia, aver premiato le altre figlie Regan e Gonerill, ed essere stato da loro tradito, deposto, spogliato di ogni avere e autorità, viene raccolto pazzo per il dolore e vagante senza meta nel pieno della battaglia per il possesso finale del suo regno. Quella che ora, in un momentaneo risveglio dal delirio, vede china su di lui , è l’immagine del potere un tempo feticizzato e irresponsabilmente abbandonato, che si è vendicato distruggendolo, ma appare ora inspiegabilmente soccorrevole, è una donna in armi, nella quale egli stenta a riconoscere quella figlia che aveva voluto nemica. Il pathos della riconciliazione e del perdono trova allora la sua espressione più intensa proprio nella disperata incredulità di chi ne beneficia, come bene impossibile nell’urgere dell’enigmatico e dell’impermanente che sono propri della follia, della guerra, del destino. Fra questi estremi di rottura e di fragile riscatto, l’opera di scavo nei grandi problemi della civiltà: i doveri dei governanti e i diritti dei governati, i rapporti fra le generazioni e fra i coniugi, la morale del gruppo e la libertà individuale, la gerarchia sociale e la lealtà personale, i confini dell’odio e dell’amore, dell’ipocrisia e della sincerità, problemi universali, questi, trattati da punti di vista molteplici e con le infinite sfaccettature di un intreccio di storie diverse, rappresentati dai grandi della storia da Kennedy e la sua amante Marylin ad Hitler e Mussolini, sino ad Osama Bin Laden e Gheddafi, effigiati su di una corona rotta che intravedere un’enorme ruota, circondata da simboli decaduti del percorso dell’umanità, dall’aquila romana, all’avambraccio di una statua classica, intuizione felicissima dello scenografo Carmelo Giammello, unitamente ai registi Francesco Manetti e Michele Placido. La vicenda di Lear e della sua fiducia nelle figlie sbagliate trova, così, un parallelo nella vicenda di Gloucester, un magnifico Gigi Angelillo, anche lui indotto a perseguitare un figlio legittimo e leale dall’impostura di un figlio illegittimo e traditore, e anche lui, alla fine, investito della particolare, amara veggenza che si può raggiungere solo toccando il fondo dell’esperienza tragica: se per la crudeltà delle figlie, Lear perde la ragione, per la crudeltà del figlio e dei suoi complici Gloucester perde gli occhi e solo allora, l’uno e l’altro, nel buio della ragione e della vista, acquistano quel lume di saggezza che finora è mancato loro. La scena della tempesta è collocata al centro del dramma, perché è quella che ne riassume le ambizioni universalistiche. Tra i Quattro miseri esseri – Lear, il matto di corte che è l’unico a non averlo abbandonato, il fedele Kent, Edgar anche lui travestito da mendicante per sfuggire ad un’ingiusta condanna –, prende forma a poco a poco il dialogo dell’infelicità e della ragione perduta, che inizia con il sonoro dell’ attacco alle Torri Gemelle, e con esso, in esso, quello dell’utopia e della palingenesi, della più profonda fiducia nell’uomo e nei suoi destini, addirittura nelle istituzioni. Si arriva alla pregnanza del vuoto, all’essenziale mescolato al vaniloquio, alla ragione nella follia, e la voce che più rappresenta tale mescolanza è quella del fool, il matto del re, che al Verdi è divenuto un dialogo tra padre e figlio, Michele Placido e il figlio Brenno, il quale riesce a giungere fino al rap. Gli strampalati colloqui dei due, l’incarnazione della legge e l’incarnazione della devianza che divagando irresponsabilmente, giocando e sragionando, vanno a parare dritto nel cuore delle questioni decisive. Questo è il modo in cui le vicissitudini del potere giungono a esprimersi esemplarmente nei giochi del suo avversario e segreto alter ego, la fantasia e la libera inventiva irrispettosa di ogni regola. Al cospetto del folle Lear , il fool arriva, allora, a impersonare la saggezza, e la parola non deificata, ancora vicino ai sentimenti, che Cordelia invocava all’inizio. In questa palinodia terrificante e tenerissima Shakespeare non può fare a meno di coinvolgere il teatro stesso: appropriatamente, il suggello di questa eccezionale parabola della civiltà e delle sue negazioni infinite si trova nelle parole in cui ancora Edgar la conclude: “ A noi compete di onorare il peso di questo triste tempo, dicendo ciò che si prova, non ciò che si deve”. Dinanzi ad un teatro purtroppo non del tutto stipato, Michele Placido ha presentato un Re Lear purificato da scorie, con la bilancia pendente sul lato grottesco della follia, lui che grande attore tragico non è, ma misurato e profondo, nella morte, dando prova, ancora una volta, di vera intuizione umana e di squisito senso d’arte. Di forte impatto l’Edgar di Francesco Bonomo che ci fa presagire una brillantissima carriera, così come la Gonerill di Margherita Di Rauso. Interessante la voce di Federica Vincenti, incolore Cordelia, ma interessante interprete, dell’ Halleluyah scritta da Leonard Cohen, ma che ebbe un’interpretazione memorabile di Jeff Buckley, che si ispira ad un carol del ‘500, un fremito religioso tra le macerie, leitmotiv della colonna sonora dell’allestimento, firmata dal violista Luca D’Alberti, in cui il classico si incontra/scontra con il moderno, in una sapiente manipolazione sonora che rispecchia il complesso gioco di equilibri in scena.

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