Kent Nagano tra Mendelssohn e Brahms

Scritto da , 9 luglio 2017

Questa sera, alle ore 20, sul Belvedere di Villa Rufolo il direttore sarà alla testa della Deutsche Symphonie Orchester Berlin con ospite la violinista Arabella Steinbacher

Di OLGA CHIEFFI

Sarà la bacchetta di Kent Nagano, questa sera, alle ore 20, sul belvedere di Villa Rufolo ad entrare nella storia del Ravello Festival, alla testa della Deutsche Symphonie Orchester Berlin, in questa LXV edizione della prestigiosa rassegna. Tratti orientali ma, cuore e scuola americana, per la prestigiosa bacchetta che, per il per il pubblico di Ravello ha scelto di inaugurare la serata con la Sinfonia n°3, in La minore op.56 di Felix Mendelssohn Bartholdy. Il 28 luglio 1829, visitando nel corso del suo primo viaggio oltremanica Holyrood palace e la cappella dell’incoronazione di Maria Stuarda ad Edimburgo, Mendelssohn ebbe l’idea di una sinfonia a tema scozzese. In una lettera alla famiglia descrive “Il Palazzo dove la regina Maria visse ed amò. La cappella ha ora perso il tetto. Tutto è ricoperto da erba ed edera, tutto è in rovina, decadente e a cielo aperto. Penso di avere trovato qui l’inizio della mia sinfonia scozzese. Si annotò il tema, ma la sinfonia fu ultimata solo nel 1843 con una dedica alla Regina Vittoria e la prescrizione di eseguirla senza pause fra i movimenti per esaltarne l’unità formale. La “Schottische” è, quindi, l’ultima e, forse, la massima fra le cinque Sinfonie di Mendelssohn, e se in apparenza, rispetta la forma classica del genere, in realtà si sviluppa come un unico discorso proiettato verso l’ultimo tempo. La divisione nei quattro tempi è in ogni caso saldamente mantenuta. Il primo movimento è preceduto da una breve introduzione lenta, subito caratterizzata in senso “scozzese” dall’impasto singolare di fiati e viole divise con cui è strumentato il tema di apertura. L’“Allegro un poco agitato” è in forma sonata tritematica e si segnala per la breve ma drammatica elaborazione, preparata da una misteriosa transizione. Come secondo movimento troviamo un “Vivace ma non troppo” che funge da “Scherzo” e di cui la melodia popolaresca del primo clarinetto costituisce la brillante ossatura. Nell’“Adagio” si incontrano momenti di intenso lirismo alternati a patetici accenti di oscura minaccia, di tragedia imminente. Accanto a passaggi abbastanza convenzionali e dai riflessi melodrammatici, non mancano inediti accorgimenti tecnici, destinati a fare scuola. La sovrapposizione di temi che troviamo in conclusione, per esempio. L’ultimo movimento è diviso in due parti distinte. La prima, “Allegro vivacissimo”, è una breve forma sonata, non a caso denominata “Allegro guerriero” dallo stesso Mendelssohn. La seconda, “Allegro maestoso assai”, introdotta dal clarinetto, è una specie di coda di vaste proporzioni che, recuperando temi e colori di movimenti precedenti, conclude con nobiltà di accenti e ancor più sottolinea il carattere scozzese della sinfonia. La seconda parte della serata sarà, invece, interamente dedicata all’esecuzione del Concerto per violino di Johannes Brahms op.77, datato 1879 e affidato alle corde di Arabella Steinbacher. Con quest’opera ci troviamo di fronte ad un’ampia partitura “sinfonica”, nella quale lo strumento solista, pur trattato in modo virtuosistico, è strettamente integrato alla compagine orchestrale, mentre quest’ultima è ampiamente sfruttata in tutte le sue sezioni, con particolare riguardo per i legni, utilizzati per creare in diverse occasioni suggestivi impasti timbrici, oltre a suggerire un efficace impiego solistico, come gli interventi dell’oboe nell’esposizione del primo e del secondo movimento, in un contesto globale ricco di soluzioni cameristiche e di atmosfere pastorali. In termini costruttivi e di dimensioni, tocca al primo movimento, depositario di una straordinaria ricchezza tematica, conforme all’orientamento della forma-Sonata in Brahms: quattro temi principali sono stati contati nell’ampia introduzione orchestrale, un quinto è esposto più tardi dal violino solista; le diverse funzioni espressive affidate a questi temi, pur predominando l’intenzione lirica del primo di essi, lo sviluppo grandioso cui sono sottoposti prima della cadenza e della ripresa, danno vita a un pezzo imponente, largamente ispirato a sensi di commozione, straordinariamente saturo di canto e di suggestioni. Nell’Adagio in fa maggiore, la soave melodia principale è anticipata in un assolo di oboe, prima di essere esposta e ornata dal violino, con lievi echi di flauto e corno. Dopo una sezione centrale più agitata, il violino ricrea un paradisiaco equilibrio, e conclude nei registri sovracuti, in un’atmosfera di angelico Wiegenlied, di dolce ninna-nanna. Esuberante l’ultimo tempo, in stile ungherese e con carattere di rondò. Il brano sfocia in una coda con ritmo variato, in cui il solo gioca i suoi ultimi fuochi d’artificio, spezzando le figure tematiche con pause inopinate, che appaiono come autentiche battute di spirito fatte in musica.

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