Isa Danieli e i suoi maestri

Scritto da , 26 Febbraio 2019
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Da Eduardo a Ruccello l’artista napoletana ha ripercorso la sua lunga carriera, sul palcoscenico del Teatro Verdi di Salerno

Di Aristide Fiore

Seguire Isa Danieli nel reading dal titolo “Raccontami. Una passeggiata devota”, lo scorso 12 febbraio presso la Sala Pasolini di Salerno, ha voluto dire incontrare alcuni degli autori più importanti della letteratura e della drammaturgia italiana del Novecento attraverso figure emblematiche, quasi tutte femminili, impegnate, ciascuna a suo modo, nella strenua lotta per salvaguardare la propria umanità, la propria integrità in contesti difficili, nei quali sembrano prevalere la cappa soffocante delle convenzioni sociali o addirittura la prevaricazione incontrollata. C’è chi si rifugia nei fasti di un passato alternativo, altisonante, come quello immaginato da Regina Giannelli, protagonista di “Regina Madre” di Manlio Santanelli, in improbabili rivelazioni concesse a un figlio ormai maturo; o nei ricordi nostalgici che irrompono attraverso la barriera di livore e improperi eretta da Donna Clotilde, la baronessa borbonica autoconfinata in una casa di campagna e accudita da Gesualda, una cugina povera costretta a subire ordini perentori e invettive, in “Ferdinando” di Annibale Ruccello. C’è chi invece acquista, a discapito della tenera età, un’insolita fiducia nelle proprie forze, come Domenica in “Allegretto (per bene… ma non troppo)” di Ugo Chiti, vittima di abusi fin dall’adolescenza. Trovando un riscatto parziale nella consapevolezza di poter controllare gli uomini e ottenere qualcosa in cambio da loro, si trova “rinata”, suo malgrado, nel ruolo di prostituta: un destino amaro impostole da un contesto di miseria e ignoranza, ma pur sempre migliore della condizione di vittima indifesa e rassegnata che ha saputo abbandonare. Contro il perbenismo e le convenzioni sociali si staglia anche una figura diametralmente opposta, destinata invece al compimento di un destino ultraterreno: la fine di un’altra adolescenza, quella di Miriàm nel romanzo breve “In nome della madre” di Erri De Luca, travolta dal mistero di una maternità inattesa e finalizzata alla venuta del figlio di Dio, riversa tutta la sua tensione drammatica nel racconto del proprio parto. Dalla contemplazione del legame esclusivo tra una giovane madre e il proprio figlio, si passa all’attaccamento possessivo di Chiarina verso il fratello, dopo che questi ha accolto la moglie tedesca nell’abitazione comune. In “Bene mio e core mio” di Eduardo De Filippo, dietro l’ostinata resistenza della sorella spodestata nell’affetto fraterno, traspare il rammarico per una vita interamente consacrata alla cura della famiglia e della casa, insieme al timore di perdere l’unico ruolo che sembri giustificare un simile sacrificio. Un’altra incursione nel teatro eduardiano, fucina di talenti dalla quale poté scaturire anche la stella di Isa Danieli, ci porta nell’ultimo dopoguerra, in quella “Napoli milionaria”, sopravvissuta alla propria umanità. A Gennaro Iovine, reduce di due guerre, testimone del degrado materiale ma soprattutto morale nel quale è caduta la sua stessa famiglia, non resta che confidare nel futuro: come la figlia gravemente malata, bisogna che anche la società esca da una delle fasi più buie della sua storia, che passi la nottata. Un ultimo sguardo in quella tenebra passa attraverso gli occhi di Nanà, una ragazza finita a servizio in un bordello, nella Napoli occupata dai tedeschi. Questo monologo tratto da “Luparella” di Enzo Moscato deve la sua alta drammaticità al contrasto tra la nascita di una nuova vita e lo scempio del cadavere della prostituta eponima, che ha appena partorito, da parte di un soldato tedesco ormai completamente imbestialito. Nell’atto risolutore della giovane aiutante si rispecchia la reazione di un’intera città confinata in un angolo, il riscatto di un popolo sempre ingiustamente sottovalutato, che, come è noto, si compirà nelle Quattro giornate. Non resta che volgere il pensiero a tutte le donne che, a milioni, sono state umiliate, vessate, sfruttate e perfino uccise, spesso senza che la storia ne tramandasse i nomi o qualche autore le facesse rivivere come personaggi; a coloro che Roberto De Simone, nella sua “Dedica segreta”, identifica con Maria, l’umile ragazza che partorì in una stalla per accogliere tra le braccia il suo creatore.

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