Incultura salernitana

Scritto da , 5 Luglio 2022
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di Alberto Cuomo

 

La critica alla “cultura salernitana” qui sollevata a proposito dell’organizzazione di alcuni presunti eventi promossi con spesa pubblica e gestiti da fedelissimi di De Luca, ha sollevato qualche rimostranza. Secondo alcuni lo sforzo di organizzare manifestazioni di varia cultura dovrebbe essere motivo di merito da non reprimere con critiche malevoli. Non passa per la testa dei cosiddetti “operatori culturali” cittadini che forse è la loro offerta ad essere asfittica, tanto da far persistere la nostra città in una cappa di rozzo conformismo che non sollecita le coscienze. Oltretutto la gran parte dei partecipanti ai presunti eventi culturali appare essere costituita, pur nella presenza di qualche giovanissimo, da un personale frustrato: giovani-vecchi incapaci di cercare altrove, fuori dai confini della nostra morta città, il proprio avvenire, o professionisti e professoresse in pensione, ex iscritti o elettori di formazioni di sinistra, piccolo borghesi che, nell’ebbrezza di parteggiare per le visioni alternative proposte un tempo dal Partito Comunista, ritenevano di potersi fregiare per questa mera adesione del titolo di “intellettuali”. Orfani della sinistra (a destra non c’è stato alcun progetto culturale in Italia e tanto meno a Salerno) li vedi ciondolare tra un concerto, un lavoro teatrale, la proiezione di un filmatino d’essai, in cerca della loro intelligenza mancante, per poter fingere, persino con se stessi, che ancora pensano. Questo il vero versante della partecipazione, in realtà solo l’ottusa presenza di pochi che aleggia nel vuoto pneumatico in cui vive la città. L’altro versante è quello degli organizzatori, in gran parte privi di veri titoli per il ruolo cui sono nominati nelle istituzioni culturali o di vere referenze onde accedere ai finanziamenti pubblici che ricevono. Ex giornalisti, ex magistrati, registi di belle speranze misconosciuti appena fuori della cinta muraria, cui vengono concessi spazi cittadini e gestioni istituzionali, il cui maggiore titolo è di essere fedeli a De Luca in un chiaro progetto politico: fare della cultura un luogo di “fritture”, come è per le varie sagre, le quali sono almeno autenticamente popolari. Del resto quale bando è stato emanato – e se mai lo fosse stato dove la sua evidenza pubblica – per ricercare i presidenti, i consiglieri di amministrazione, i direttori, di Scabec, Museo dello Sbarco, Teatro Ghirelli, Fondazione Menna, etc.? È evidente che, in assenza di bandi, le nomine manifestano solo il senso di un imprimatur politico e, pertanto, non potendosi rintracciare negli uomini scelti una riconosciuta esperienza nel campo dei diversi settori cui sono chiamati a dirigere, non c’è da recriminare se li si interpreta quali meri agenti deluchiani al servizio del disfacimento della città. E che Salerno sia in un decadimento progressivo è del tutto evidente così come mostrano le notizie degli organi di informazione salernitani che rilevano il totale abbandono dei giardini, tra tutti quello del lungomare, lo sfrecciare delle auto nella ztl del centro storico dove si parcheggia anche nelle stradine, l’occupazione con moto e motorini delle aree pedonali, il conferimento della spazzatura da parte delle famiglie in ogni ora del giorno. Si dirà che in questi esempi sia in gioco la “civiltà” dei salernitani. Ma non si eleva forse il senso civile e civico proprio attraverso la cultura? L’occasione di legare la nostra città a un progetto culturale fu in atto negli anni Settanta, quando si costituì l’ateneo salernitano che apportò un’aria nuova anche nelle relazioni sociali. Ma proprio qui è anche l’origine del perverso disegno che oggi persegue De Luca. Il necessario confronto tra Università e vita civile, fu sacrificato infatti sull’altare degli accordi politici tra DC e PCI, tra De Mita e Bassolino, il cui proconsole aveva quale collaboratore proprio l’attuale presidente regionale. Paradossalmente furono proprio gli intellettuali comunisti, che avevano invaso la facoltà di Filosofia laureando la gran parte dei giovani del partito, come De Luca, ad offrire la giustificazione circa la resa dell’ateneo alle ragioni del compromesso politico che la volle più prossima ad Avellino. Liberata Salerno da ogni possibile confronto, allontanata dalla città la cultura alta, quella della ricerca, si è aperta la strada per la politica, ovvero per De Luca, di interpretare anche le attività culturali quali mezzi di potere. E ciò anche con la partecipazione di intellettuali, provenienti dalla stessa Università, che, invece di denunciare l’eccessivo espandersi di un ottuso sovranismo privo di vitalità democratica, si sono arresi al mero servizio del dispotico governo cittadino. Il segno più evidente dell’incultura che deprime ogni possibile proiezione civile di Salerno e dei salernitani è nel sacco edilizio realizzato, l’intasamento cementizio di ogni spazio libero ad uso di pochi speculatori privi di scrupolo, solo attenti ai propri interessi, incapaci di farsi carico degli interessi generali. Cemento, cemento, cemento, ormai la città ne è totalmente compressa, mentre una più accorta politica avrebbe tentato, con spesa irrisoria, di incrementare, negli spazi liberi, gli standard per una maggiore vivibilità. L’aumento delle costruzioni a Salerno può paragonarsi, in percentuale, a quello denunciato sul finire degli anni sessanta da Percy Allum a Napoli, che condusse al film di Rosi “Le mani sulla città”. Ma ahimè a Salerno non c’è alcun Fermariello a denunciare il disastro urbanistico, ed anzi gli organizzatori culturali, i fruitori di finanziamenti, che neppure si degnano di esporre in trasparenza ìntroiti pubblici e spese, come è per tutti i vari festival, pretendendo di essere uomini di cultura, non sembrano invece avere alcuna voce critica circa il perverso gonfiarsi di Salerno, per essere del tutto aggiogati al sistema, suoi acquiescenti interpreti.

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