In manette la famiglia dello spaccio

Scritto da , 15 giugno 2018
image_pdfimage_print

Pina Ferro

“Domani ti vengo a prendere nel letto e ti schiatto la testa a te, tuo fratello, a tua madre…. Domani vedi di apparare il mille euro altrimenti ti uccido … domani mattina ti uccido”. Rifornivano di droga i Picentini e non esitavano a minacciare, armi in pugno, di morte chi non pagava quanto acquistava: in manette la famiglia dello spaccio. Sei le persone finite nei guai con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata dall’articolo 416 (associazione) e detenzione illegale di armi. In carcere sono finiti Eugenio Siniscalchi 27 anni, il padre Gaetano Siniscalchi 47 anni entrambi residenti a San Mango Piemonte. Arresti domiciliari per Antonio Donniacuo 52 anni di Mercato San Severino. Obbligo di dimora nel Comune di San Mango Piemonte per Lucia Rispoli 46 anni, Lucia Dello Buono 60 anni e per Gianluca De Filippis. Per un altro soggetto, G.S. minore all’epoca dei fatti procede il tribunale per i minori. Anche per costui sono scattate le manette. L’operazione è stata effettuata dalla Squadra Mobile di Salerno agli ordini del vice questore Lorena Cicciotti su disposizione della Procura di Salerno. A richiedere le misure, firmate al Gip Marilena Albarano, è stato il sostituto procuratore della Repubblica Marco Colamonici. L’intera famiglia aveva posto in essere, grazie alla complicità di una vicina di casa, una fiorente attività di spaccio di di sostanze stupefacenti, del tipo hashish e cocaina. Le varie dosi avevano colori diversi a secondo del peso delle stesse. Nel corso delle indagini sono stati sequestrati circa 8,5 kg di hashish ed una pistola semiautomatica modificata, detenuta dal minorenne. La contestazione della aggravante del metodo mafioso è fondata sulle gravi minacce di morte rivolte dal principale indagato nei confronti di un pusher e dei familiari di quest’ultimo a seguito del mancato pagamento di un quantitativo di stupefacente. Dall’intesa attività investigativa, è emerso che, ad esempio Eugenio Siniscalchi, il fratello minore ed il padre gestivano a San Mango Piemonte, Castiglione del Genovesi e nelle frazioni collinari di Sordina e Sant’Angelo di Ogliara il traffico di di hashish e cocaina. Padre e figli avevano una serie di “dipendenti” che si occupavano dell’approvvigionamento e distribuzione della droga sul territorio. Tra questi vi era Gianluca De Filippis. I pusher venivano messi in guardia e consigliati su come muoversi. Da un’intercettazione telefonica emerge come Eugenio Siniscalchi consiglia a De Filippos di non andare mai in giro con lo stupefacente addosso. “….La roba addosso non la devi mai avere altrimenti ti arrestano, ha visto la notte cosa c’è qua sopra, ti arrestano, la roba devi….devi andare avanti e dietro anche se devi spendere tanti soldi di benzina”.Ogni stecca di hashish veniva venduta da De Filippis cinque euro. De Filippis che era anche un assuntore acquistava l’erba direttamente da Eugenio Siniscalchi. Numerosissime le intercettazioni ambientali dall’abitazione della famiglia Siniscalchi. Abitazione dotata di cassaforte per custodire il denaro per pagare sicuramente i carichi di droga ce arrivavano dall’iterland napoletano, in particolare dal vesuviano. I rifornitori arrivavano direttamente presso l’abitazione di San Mango Piemonte. Eugenio Siniscalchi aveva a disposizione anche diverse armi di cui minacciava l’utilizzo per raggiungere i suoi obiettivi. In una conversazione l’uomo afferma: “… io provai il 38 quella che mo mi sono andata a comprare. Me la mettevo in tasca. Non si vedeva proprio ….”. A fornire una delle armi a Siniscalchi è stato Antonio Donniacuo. La Dello Buono vicina di casa dei Siniscalchi è stato contestato di aver custodito la droga per conto dei vicini. Lei ha sempre dichiarato di aver consegnato le chiavi dello scantinato ad Eugenio Siniscalchi perché questi avevano la necessità di conservare delle scatole con delle scarpe vecchie ed il suo scantinato era pieno. Ma lei non sapeva cosa avesse riposto il giovane nello scantinato.

Tutto parte dall’uccisione di Ciro D’Onofrio

Le indagini sull’omicidio di Ciro D’Onofrio, avvenuto il 30 luglio del 2017 a Pastena, hanno portato alla luce la fiorente attività di spaccio ed i metodi intimidatori posti in atto dalla famiglia Siniscalchi. A eseguito della morte di D’Onofrio furono poste in essere una serie di attività di attenzionamenti nei confronti di alcuni soggetti sospettati di essere l killer di Pastena. Si trattava di soggetti collegati al D’Onofrio che era sia assuntore che spacciatore di droga. E, proprio per tale motivo le indagini si sono mosse nell’ambito della contrapposizione violenta tra soggetti coinvolti nell’attività di spaccio al fine di conquistare la gestione delle varie piazze di spaccio presenti a Salerno. Tra le persone maggiormente sospettate del delitto vi è stato, fin da subito, Eugenio Siniscalchi. Per tale motivo le indagini sono state concentrate su di lui e su una serie di soggetti a lui collegati a vario titolo. Le indagini finalizzate a dare un nome ed un volto a colui che ha premuto il grilletto contro giro D’Onofrio, hanno portato alla luce il traffico di droga posto in essere e le attività di illecita detenzione e porto di armi da parte di G.S. all’epoca dei fatti minore. Nonostante la giovane età il minore ha sempre mostrato zero paura anche quando è stata armata la sua mano.

“Deve andarlo a sparare dinanzi alla pizzeria”

L’utilizzo delle armi veniva paventato anche per “lavare” degli sgarbi subiti. Ad esempio in una delle intercettazioni nella cucina dell’abitazione viene manifestata la chiara intenzione di utilizzare armi da fuoco per dirimere delle questioni da parte di Eugenio e del fratello minore. Il riferimento è ad una presunta minaccia della quale il minore G.S. rivoltagli da Vincenzo Ventura, nipote di Ciro D’Onofrio (figlio della sorella). Eugenio conversando con i familiari dice che con una mazza da baseball “lo deve spezzare mani e cosce”. “Doveva fare una cosa a mio fratello !! io l’uccidevo…proprio l’uccidevo”. Poi aggiunge “incominciamo a minacciare il padre… poi incominciamo a vedere perché stasera gli sparo”. La madre intervenendo esorta il figlio maggiore a stare fermo perhè deve essere il minore, colui che ha ricevuto le minacce a “vedersela” . “Quello se la deve vedere G. perché poi il ragazzo può dire che non è buono perché è andato a ricorrere al fratello”. Successivamente Eugenio in preda alla rabbia aggiunge: “La metto io mi mano la pistola a mio fratello questa sera… la metto io, io. Ma lo deve andare a sparare davanti alla pizzeria a Matierno….Lo deve gambizzare… lo deve mettere sulla sedia a rotelle…altrimenti lo faccio io”. Durante una partita a poker presso la propria abitazione, Eugenio Siniscalchi, sempre riferendosi al suo possesso di armi in particolare di una calibro 6,35, affermò anche di avere una seconda pistola e di averla utilizzata: “sparando ad una persona” e commentando “non si muove proprio”.

Consiglia

Cronaca

Attualità

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->