Ildebrando Pizzetti e la generazione dell’ ’80

Scritto da , 24 febbraio 2017

Oggi, nella chiesa di Santa Apollonia, alle ore 19, prima giornata della festa musicale per i trent’anni di Erasmus

Di OLGA CHIEFFI

Prima giornata, questa sera, alle ore 19, nella, della due giorni di musica per festeggiare i trent’anni del programma Erasmus: “From Erasmus to Erasmus+ A Story of 30 Years”. Un evento, questo che offre il tocco internazionale in questo preludio di primavera musicale salernitana, andando a cementare la sinergia del conservatorio di Musica “G.Martucci” di Salerno e la Bottega San Lazzaro principiata con Peppe Natella e portata avanti dalla figlia Chiara, che ospiterà il doppio appuntamento nella abituale cornice della Chiesa cinquecentesca. Il programma verrà inaugurato dal duo chitarristico di Marco Di Matteo e Salvatore Esposito Ferraioli, con la Sonatina Canonica op.196 composta da Mario Castelnuovo Tedesco nel 1961, costruita sul procedimento compositivo dell’   “imitazione canonica”, è composta da tre movimenti (Mosso, grazioso e leggere –Tempo di Siciliana – Fandango en Rondeau). L’autore riprende lo schema canonico e lo assoggetta al suo gusto per l’invenzione melodica e per l’allusività mimetica e, nel terzo tempo di questa sua opera, anche al piacere di comporre una danza ironicamente rivolta alle “maniere” della musica chitarristica spagnola. L’artificio polifonico si spoglia qui delle sue funzioni retoriche e alimenta invece, con le sue iterazioni, un dialogo oscillante tra il salotto e il teatro. I soprano Anna Maria Novi e Ilaria Sicignano accompagnate dal chitarrista Matùs Medved’ omaggeranno ancora Castelnuovo Tedesco con l’esecuzione rispettivamente di Dull and sad is the sky e Wrung with anguish, dal The Divan of Mose-ibn-Ezra, un ciclo di songs op.207 datato 1966. Quest’opera rappresenta il testamento spirituale dell’ autore che si affida al poeta spagnolo del primo secolo dell’anno Mille col quale condivise affinità elettive per le origini ebraiche e l’esilio. Mario Castelnuovo Tedesco fu allievo di Ildebrando Pizzetti del quale ascolteremo dal soprano Carla Jaci con Ilaria Capaldo al pianoforte, la lirica “I pastori” di Gabriele D’Annunzio, risalente al 1909. L’elemento strutturale è costituito dal tema iniziale del pianoforte, una melopea distesa e serena che, con il richiamo al suono della cornamusa, evoca un preciso ambiente pastorale. E sul delicato diatonismo di questa figura pianistica si innesta con perfetta coerenza il declamato della voce, costruito liberamente, senza richiami tematici all’idea germinale del pianoforte, ma sostanziato di analogo diatonismo. Entreranno quindi in scena i fiati. Francesco Pio Ferrentino al clarinetto, Francesco Quarata al fagotto con Adam Boeker al pianoforte, si cimenteranno con il trio Pathétique scritto da Mikhail Glinka . Al 1832 risale questo trio in re minore ancor tutto debitore a maniere per lo più italiane, pagina con la quale curiosamente Glinka si accomiatò in anni davvero precoci dalla musica da camera per dedicarsi poi in prevalenza al teatro. Vi pose mano a Milano, durante un soggiorno in Italia protrattosi per un triennio. Allo stato di malattia o forse a una delusione amorosa parrebbe doversi connettere il carattere del brano che s’inaugura con un incisivo Allegro dai tratti ora melanconici, ora imbevuto di lirismo impreziosito da frasi perlacee del pianoforte. Sfocia direttamente in un agile e scintillante Scherzo al cui interno è racchiuso un Trio dalle sospirose frasi, quasi una sorta di romanza d’opera. Poi ecco un ampio Largo di belliniana purezza dalle toccanti modulazioni, istoriato di broderies ‘alla Chopin’, vero e proprio nucleo espressivo dell’intera composizione. Da ultimo un conciso e scorrevole Finale, ideale coda. Le ance lasceranno la ribalta agli ottoni con Alessandro Pisapia e Nicola Pio Cucino alla tromba, Giovanna Bruno al corno, Vincenzo Abate al trombone e Michele Buono alla tuba, sostenuti dalle percussioni di Chiara Granato. Sfarzosi scintillii per le trombe di Aida, del finale di Turandot, passando per il Nabucco e il Barbiere di Siviglia di Rossini, per quindi evocare da Le Carnaval des animaux la grande fantaisie zoologique di Camille Saint-Saens, concepita nel 1866, l’Introduction et marche royale du Lion, con la sua melodia dal ritmo marcato e solenne e con i suoi ruggiti e l’allegretto pomposo de’ l’Elephant, col suo goffo valzer punteggiato dalla citazione di un motivo della Danse des sylphes, dalla Damnation de Faust di Hector Berlioz e da un’eco dello Scherzo dal Sommernachtstraum di Mendelssohn. Finale con “The Little Nigar”, di Claude Debussy, datato 1909, un breve pezzo in forma di rag-time.

 

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