Il violino classico di Eckhart Lorenzen

Scritto da , 9 ottobre 2016
lorenzen

Il violinista, in duo con la pianista Batia Steinbock, ritornerà questa sera al teatro Verdi, ospite del cartellone cameristico

Di OLGA CHIEFFI

 

Riflettori accesi questa sera alle ore 18,30 sul violino di Eckhart Lorenzen, il quale in duo con la pianista Batia Steinbock, sarà ospite del cartellone cameristico del teatro Verdi. Il programma principierà con la Sonata in Fa Maggiore KV 377 di Wolfgang Amadeus Mozart, datata 1781.Una pagina esuberante, il cui Allegro iniziale, alquanto impetuoso e trascinante, dà vita ad un singolare turbinio, nel quale il pianoforte ha modo di emergere con una scrittura scabra e disadorna, caratterizzata dall’alternarsi di passaggi accordali e tempestose sequenze a due parti. Tale irruenza si placa nel malinconico Andante in Re, seguito da sei variazioni, concepite come un graduale percorso teso ad intensificare il carattere stesso della melodia, per poi culminare in una assorta e disadorna Siciliana, a sua volta seguita da una coda non priva di suggestioni “romantiche”. La conclusione è, per contro, affidata ad un efficace Rondò. Tempo di Minuetto, in cui fanno capolino modulazioni a sorpresa e arpeggi di settima diminuita, anticipatori di certe invenzioni beethoveniane. Seguirà, la sonata n° 2 in la maggiore op.10 scritta nel 1887, da Johannes Brahms, la Thuner-Sonate, in relazione alla località ove venne composta. E’ il lied a fornire una parte sostanziale del materiale melodico: il primo movimento, infatti è inaugurato con una citazione del fresco e delicato Komm hald op.97 n°5, su testo di Klaus Groth, un vero e proprio richiamo d’amore, per la giovane cantante Helmine Spies. Il secondo movimento è di fatto una sintesi complessa tra tempo lento e scherzo, i cui temi presentano una notevole affinità motivica, elaborati in cinque episodi. Il finale, un Allegretto grazioso mantiene dapprima una linea pensosa e severa, per poi acquisire agilità e brillantezza in un gioco di sonorità eleganti e spumeggianti. Finale di serata affidata alla Sonata op. 47 fu scritta da Ludwig Van Beethoven tra il 1802 e il 1803. L’idea di scrivere una Sonata “brillante” o “molto concertante” pare sia venuta a Beethoven dopo aver conosciuto il violinista mulatto George Bridgetower. La Sonata fu eseguita a Vienna da Bridgetower e da Beethoven il 24 maggio 1803, nella sala di concerti dell’Augarten (un caffè del Prater), a mezzogiorno. Le fonti ci informano che il Bridgetower non aveva avuto il tempo di studiare le variazioni, perché Beethoven le aveva finite alla vigilia del concerto, e che lesse la parte del violino sul manoscritto. Il Bridgetower avrebbe dunque ben meritato la dedica della Sonata; ma quando l’op. 47 fu pubblicata, nel 1805, figurò come dedicatario il celebre violinista francese Rodolphe Kreutzer, che Beethoven aveva conosciuto nel 1798 all’ambasciata francese di Vienna. Le dimensioni imponenti dell’op. 47 parevano del resto eccessive per un pianoforte e un violino, e sarebbe stata dimenticata se non vi fossero state, nella seconda metà del secolo, le esecuzioni di Joseph Joachim con Clara Schumann a determinarne la successiva grande popolarità, ormai denominata “a Kreutzer”. Oltre alle dimensioni “titaniche” della Sonata, Beethoven usa per la prima volta l’introduzione in movimento lento, già presente nelle Sonate per pianoforte e per pianoforte e violoncello, ma non ancora nella Sonata per pianoforte e violino. L’introduzione è assai breve rispetto alle proporzioni del primo movimento; il celeberrimo primo tempo del Presto, è formato da tre piccoli nuclei: le due note iniziali, che assumono il tono dell’interrogazione, la serie di ventuno suoni staccati del violino, punteggiati ritmicamente dagli accordi del pianoforte, e i tre accordi finali. Da questi tre elementi Beethoven sviluppa un incandescente moto perpetuo, che si arresta solo al secondo tema, costruito a modo di corale su una melodia che si muove su soli quattro suoni. Dopo il secondo tema viene ripreso il moto perpetuo, che sbocca subito in un terzo tema, costruito sul primo nucleo del primo tema. La forza drammatica e plastica di questo tema è però tale da imporlo all’ascoltatore come terzo protagonista del dramma. Sul terzo tema è basato in gran parte lo sviluppo: Beethoven vi impiega passi derivati da esercizi tecnici. Dopo l’enorme tensione dinamica del primo tempo, il secondo tempo, tema con variazioni, costituisce il momento della serenità trasfigurata. Dai suoi elementi strutturali risulta una sonorità di una delicata lucentezza, che è unica nella produzione sonatistica di Beethoven. Il terzo tempo, nella tonalità di la maggiore, anziché la minore, è in ritmo di tarantella e in forma-sonata. Il flusso ritmico ininterrotto, da moto perpetuo, è spezzato solamente da un breve episodio a mo’ di corale.

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