Il viaggio interiore di Dario Danise

Scritto da , 8 febbraio 2016

Trionfa al teatro Verdi il McMurphy napoletano interpretato da Daniele Russo, ospite del cartellone di prosa

 

Di OLGA CHIEFFI

 La routine del manicomio criminale di Aversa viene spezzata quando vi entra Dario Danise, che si finge pazzo per scappottarsi qualche annetto di pena a Poggioreale, come è abitudine di diversi malviventi nostri contemporanei. La libertà è il tema principale di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, sia esso letto tra le pagine del romanzo di Ken Kesey, o rivisto nel capolavoro di Milos Forman, oppure nella versione “napoletana” di Maurizio de Giovanni, per la regia di Alessandro Gassmann ( ma, per carità, cerchiamo di evitare i paragoni: tempi, luoghi, attori e ritmo, di quel film che ha segnato un’epoca sono inavvicinabili), ospitata nel cartellone di prosa del massimo cittadino nel week-end di Carnevale. Lo scugnizzo Dario compie un importante percorso interiore, aiutando i picchiatelli nella presa di coscienza e nella operazione traumatica di liberazione dai cordoni ombelicali (sociali, familiari, psicologici, aiutando in realtà se stesso a ritrovare quella umanità perduta lungo la strada di una vita sprecata. Senza mai caricare i toni drammatici, anzi alleggerendo e forse dilungando un po’ troppo la pièce con i luoghi comuni e le abitudini napoletane, il binomio de Giovanni-Gassmann inquadra una storia di ordinaria follia che potrebbe svolgersi paradossalmente anche fuori dalle mura dell’istituzione e lontano dalle sbarre (illuminante la volontarietà della segregazione per il gruppetto dei pazzarielli), perché alla fine il conflitto si circoscrive in un dualismo old style, da ultima frontiera, fra le ragioni del Bene e quelle del Male, ulteriormente divisibili in sottocategorie, fantasia contro rigore, elasticità contro rigidità, creatività contro castrazione. Nel primo gruppo militano Dario con la colorita schiera dei pazienti, nel secondo, Suor Lucia, un’ottima Elisabetta Valgoi, che con polso di ferro e sguardo di ghiaccio si incarica di preservare il valore assoluto della normalità istituzionale. La conquista della libertà comporta sacrifici pesanti, sul tavolo da gioco la posta è la vita stessa. L’annientamento del ribelle e la sua morte pietosa per mano di Ramon, il sudamericano, un perfetto Gilberto Gliozzi, è il prezzo che viene pagato per la definitiva fuga oltre la vetrata. La regia di Gassmann intende ricordare il grande film di Forman, infatti, un telo trasparente separa il palco dalla sala, e all’occorrenza vengono proiettate su di esso scene o parti di scene che si integrano con la scenografia. Questa tecnica della “videografia”, che di fatto crea un ibrido tra cinema e teatro, risulta in questo caso particolarmente riuscita: ci permette, ad esempio, di vedere i sogni e le allucinazioni dei personaggi, ma resta soprattutto impresso il “piccolo” grande Ramon che, alla fine di tutto, solleva la statua della Madonna e distrugge il vetro delle finestre per fuggire via verso la libertà, diventando un vero gigante, come anche la visione dell’urlo liberatorio di Tardelli che segna in quella magica notte del Santiago Bernabeu, negata dalla suora aguzzina ai pazzarielli, ma resa ancora più intensa e stordente dalla loro immaginazione, stimolata dal racconto proveniente dall’esterno. Del sistema repressivo messo in scena, ciò che spaventa di più non è la crudeltà: Suor Lucia, che concentra in sé tutto il senso della repressione, è convinta per tutto il tempo di essere nel giusto, e da questa sua ferma convinzione dipende la rovina dei personaggi. Applausi a scena aperta e standing ovation per l’intera compagnia con i pazzarielli, Mauro e Daniele Marino, Marco Cavicchioli, Alfredo Angelici, Giacomo Rosselli e il personale del nosocomio, Giulio Federico Janni, Gabriele Granito, Antimo Casertano, cui aggiungiamo la convincente interpretazione di Giulia Merelli nel doppio ruolo dell’infermiera e della giovane prostituta.

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