Il trio Musikanten tra i colori slavi e argentini

Scritto da , 10 aprile 2016
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Questa sera, alle ore 19,45 la formazione salernitana sarà ospite dell’Associazione “Antonio Vivaldi” di Sapri

Di OLGA CHIEFFI

Le domeniche musicali sapresi continuano questa sera, alle ore 19,45, nell’abituale cornice dell’Auditorium “C.Pisacane” , con il trio Musikanten, composto da Raffello Galibardi al violino, Roberto Vecchio al cello e Guido Carpentiere al pianoforte, ospiti del cartellone allestito dall’ Associazione “Antonio Vivaldi”. Nei linguaggi delle diverse culture, ci imbattiamo, di quando in quando, in termini che sono difficilmente traducibili con un’unica parola italiana. La saudade brasiliana, ad esempio, corrisponde vagamente alla nostra malinconia, ma non è solo malinconia. La saudade è un sentimento più complesso e variegato che affonda le sue radici nella cultura, nella storia, nella gente e perfino nel clima del grande Paese sudamericano, o ancora, il blues, o il duende. Ma la musica ha il grande potere di non aver bisogno di parole, per arrivare dritta al cuore. Lo stesso accade per il termine slavo dumka, che in verità un po’ si avvicina alla saudade brasiliana. Dumka deriva dal verbo dumati, meditare, rimembrare, ma talvolta assume anche le sembianze di una vera e propria   forma poetica e musicale, una ballata elegiaca che canta le gesta degli eroi appartenenti alla cultura popolare, paladini di pace e libertà. “Dumky”, il plurale di dumka, è il nome con il quale è universalmente noto uno dei capolavori di Antonín Dvořák, il Trio n. 4 op. 90 in mi minore composto nel febbraio del 1891 ed eseguito per la prima volta a Praga qualche mese dopo con lo stesso Dvořák al pianoforte. La composizione, che ci verrà proposta dai Musikanten, suddivisa in sei “quadri”, è quanto mai variabile nelle indicazioni dinamiche e di tempo (sono decine gli scarti di movimento che si incontrano nella partitura) eppure risulta estremamente fluida: un fiume di sensazioni, colori e danze che scorre senza interruzioni, un fiume che passa tumultuoso, poi si placa, quasi si arresta, poi rinasce spumeggiante e prende nuovo vigore provocando nell’ascoltatore un mix di sensazioni e stati d’animo. La “Dumka” n. 1 si apre con un Lento maestoso intriso di lirismo dove il violoncello disegna una melodia che sembra quasi un lamento. Poi, improvvisamente, entra la luce, sotto forma di un intermezzo “zingaresco”, ma ancora ritorna ed ha il sopravvento il motivo iniziale in mi minore fino ai passi di danza delle ultime battute che riaprono uno spiraglio. Anche nella Dumka n. 2 sono ben presenti i contrasti fra lamento malinconico e ritmi funambolici che portano freschezza e serenità. Schema replicato anche nella Terza, con l’alternarsi fra un Andante in tre quarti e un Vivace in due quarti. La Quarta Dumka, in forma di rondò, chiama il violoncello a descrivere il tema principale in re minore. La Quinta è costituita da un unico Allegro basato su episodi ritmici dove i due strumenti ad arco sembrano fare a gara nell’imitarsi. La sesta, infine, dopo un motivo lento in do minore ed un passaggio un poco più mosso, sfocia nel travolgente finale. La formazione salernitana eseguirà, quindi, Las cuatro Estaciones porteñas composte dal 1964 al 1970 da Astor Piazzolla per il suo Quintetto, nel quale egli stesso suonava il bandoneon. Sono dedicate al porto di Buenos Aires, da cui l’aggettivo porteñas, e uniscono elementi diversi come il tango, la musica colta europea e molti ritmi jazz. Ognuna di queste pagine è stata sottoposta a svariati arrangiamenti con i più diversi organici per essere diffusa in tutto il mondo, seguendo il desiderio del musicista marplatense di essere eseguito al di fuori del suo paese. Desiderio condiviso con Vivaldi che proprio attraverso l’Estro Armonico (1711) si affacciò sulla scena internazionale, facendo pubblicare ad Amsterdam l’intero libro dalla “famosa mano” del tipografo Estienne Roger di Amsterdam, assicurandosi la diffusione e la fama internazionale presso i compositori ma, soprattutto, presso i numerosi “dilettanti” avidi di nuova musica da eseguire. Ognuno di questi brani è una sorta di sintetico concerto in cui alle parti cadenzate da cellule ritmiche strettamente derivate dal tango tradizionale, con un fraseggio in cui una veemente tensione ripudia i colori pastello, si alternano parentesi in cui il ritmo si fa largo se non evanescente ed è ingemmato dai rapinosi, palpitanti e felicissimi doni dell’estro melodico piazzolliano che, anche nel lasso di poche battute, riesce a raggiungere la sfera più profonda e sensibile di chi ascolta. Se Vivaldi si ispira fedelmente alla natura e ai cambiamenti che questa subisce al mutare delle stagioni, Piazzolla invece sembra descrivere la varietà delle emozioni umane, in un clima che non conosce i rigidi freddi europei, dove l’aria è costantemente densa e pregna di sensualità e la musica è attraversata dal più ampio spettro degli stati d’animo: da una calma dolce o piena di dolore alla violenza della passione.

 

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