Il Tango, l’abrazo, la vida

Scritto da , 16 Maggio 2021
image_pdfimage_print

di Olga Chieffi

“Non c’è possibilità di errore nel tango, non è come la vita: è più semplice. Per questo il tango è così bello: commetti uno sbaglio ma non è irreparabile, seguiti a ballare”. Chi non ricorda Al Pacino nei panni del tenente colonnello cieco, Frank Slade, invitare una giovanissima Gabrielle Anwar, Dana, a danzare il tango in “Scent of a Woman”? Dana balla con Frank, sulle note di “Por una cabeza” di Carlos Gardel, ignorando la sua menomazione, si lascia andare senza sottomissione o subordinazione, si lascia portare, accetta la guida di un cieco che sa ballare il tango ed ha consapevolezza del proprio corpo e del proprio equilibrio; Dana si consegna alla passione del ballo che non conosce, ma che grazie alla sua sensibilità può seguire e apprezzare senza paura di sbagliare. Il tango, l’arte del comunicare, l’abbraccio sono stati i protagonisti assoluti del contenitore virtuale di spettacolo del sabato di questo quotidiano “Palcoscenico Le Cronache”, che ha avuto quali prestigiosi ospiti, i maestri Mila Grosa Vigdorova in rappresentanza di MilaTango, Natalia Cristofaro per la Cherosarina Tango, Pablo Nelson Piliu per la Corazon al Sur Tangoclub, Fabiano Autori dell’ AlmaTango, tutti in attesa di ritornare in palcoscenico ad abbracciarsi, unitamente a unitamente a Quirino Tedesco, Roberto De Prisco pianista dei 30 in Tango e al consigliere del comune di Salerno Sara Petrone, tutti tangueri innamorati dell’energia, della libertà di questa danza. In pandemia hanno sottolineato, è mancato proprio l’abbraccio. Noi in particolare uomini del Sud usiamo tanto il gesto, il corpo, l’avvicinarsi, lo stare stretti. Nel tango ci si abbraccia con lo scopo di ballare: l’abbraccio è ciò che rende possibile i movimenti dei piedi. La donna passa il braccio sinistro intorno al collo dell’uomo, abbraccio chiuso (apilado) oppure aperto intorno alle spalle, l’uomo passa il braccio destro intorno al busto della donna, non c’è forza nelle braccia, non c’è sforzo. Il braccio sinistro dell’uomo è aperto all’altezza delle spalle e contiene e non stringe la mano della donna. L’abbraccio è l’essenza del tango, il fulcro di una comunicazione non verbale, a volte fluida, a volte spigolosa e incomprensibile. Portatore di messaggi misti, il tango è ancora accerchiato dai luoghi comuni. Il pacchetto di aggettivi con cui lo si suole definire, sensuale, peccaminoso, trasgressivo, lascivo, scandaloso, ruffiano, finisce col banalizzarlo e limitarlo. Nello spettacolo, cui abbiamo assistito dopo il dialogo, ci siamo accorti che il tango è sembrato avere un qualche potere taumaturgico tale, da rimandare indefinitamente l’incontro con la realtà o di inventare una realtà parallela. Attraverso la musica, rigorosamente ascrivibile al cosiddetto tango viejo, abbiamo visto il tango tallonare gli emigranti di ieri e gli esiliati di oggi. Scissi, in questo romanzo rio-platense in rosso e nero, vivono materiali europei e materiali oltreoceanici, conservando una parte di sé inguaribilmente straniera. Una perturbante e sensuale danza d’amore è andata in scena all’Arena del mare, il 14 settembre scorso, dove certamente si ritornerà anche quest’estate, che ha alternato tensioni e distensioni; perturbante come è tutto ciò che rimanda a pulsioni ancestrali rimosse nell’Es, pur tuttavia presenti nell’inconscio collettivo. Il perturbante, quindi l’ancestrale e il primitivo, che si sono fusi senza iati con la musica alta costituendo anzi una sorta di sfera armonioso nel quale gli elementi costituenti la struttura risuonano per simpatia; musica alta, non è mai in conflitto ed incompatibile con la musica popolare delle radici. Il tango va consumato esattamente nell’interludio tra la mancanza e la pienezza, essendo una forma di sopravvivenza, una maniera di riconoscersi e rappresentarsi, di esorcizzare la nostalgia, l’abbandono, il senso di estraneità, questo il senso delle parole di Sara Petrone, consigliera della nostra amministrazione, capace di girare il mondo sulle ali del tango, poiché in ogni luogo della terra troverà qualcuno capace di danzare con lei e ogni “differenza” scomparirà in un abbraccio, in una delle condizioni più stralunate e poetiche della cultura latino-americana, della cultura dell’esilio in genere, della cultura pronta a nuove ibridazioni e acclimatazioni, che si è addentrata ormai in chissà quali sobborghi della nostra anima. Roberto De Prisco, interprete privilegiato di questo genere, alla testa dell’orchestra Malajunta, ha felicemente sposato l’intenzione dei tangueri, giocando sul profondo contrasto dinamico negli assieme, sottolineando quei momenti regolarmente ed emozionalmente in bilico – dato caratterizzante della musica argentina – fra un lirismo allentato e dolente, talora fino alla rarefazione, e picchi di alta drammaticità e forza penetrativa, forza propulsiva del sentire argentino, racchiusa in quella ripetizione ossessiva in progressione, simbolo di quel popolo che si è messo in moto, in viaggio, con la sua musica, il suo credo, il mito del tango.

 

Consiglia

Cronaca

Attualità

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->