Il suono violato della tromba

Scritto da , 10 aprile 2014

Di passaggio a Sapri per un week-end tra le bellezze del golfo di Policastro, siamo stati attirati dalla locandina dei concerti, promossi dall’associazione “A.Vivaldi”, presieduta da Giovanni Marotta, che proponeva un concerto per tromba e pianoforte. In un sovraffollamento di récital per violino e pianoforte – anche la stagione concertistica del massimo salernitano non propone, purtroppo, che questi due soli strumenti, pur vantando in orchestra un’ottima sezione legni – la presenza di un ottone resta una perla rara. Per di più i due strumentisti, il trombettista Luigi Santo e la pianista Daniela Gentile, il duo Pitros, sono titolari non solo di cattedre di conservatorio, quanto vantano curricula veramente altisonanti.

La serata è stata inaugurata da una semplicissima melodia di Edwin Mc Dowell, “To a wilde rose” che avrebbe dovuto porre in luce il più puro e iridescente suono della tromba, ma da quelle poche note abbiamo, nostro malgrado, immediatamente, intuito che la tromba, domenica sera sarebbe stata ampiamente violata. Luigi Santo in frusciante redingote nera ha intavolato tra un brano e l’altro, lunghe elucubrazioni sul ruolo della tromba, sulle trascrizioni del suo maestro Timofei Dokshitser, sulla storia della musica, sulla storia del suo strumento, portando il tempo del parlato quasi a soverchiare quello del suonato, prima di attaccare un irriconoscibile preludio in Sol min BWV 659 di Johann Sebastian Bach, in cui abbiamo potuto toccare con mano, l’assoluta mancanza di articolazione e di fraseggio, minimo controllo dei fiati e del suono, oltre che una buona dose, in particolare da parte della pianista, docente di pratica e lettura pianistica (pianoforte complementare) presso il conservatorio di Bari , di note errate. L’unica composizione originale per tromba eseguita in Sapri è stata la sonata di Eric Ewazen in cui tra il Lento iniziale e l’Allegro molto, Allegretto e in particolare l’Allegro con fuoco, non abbiamo notato alcuna variazione metronomica, oltre i soliti stenti con cui si è giunti alla fine della pur interessante pagina. La serata è continuata, poi, con il celeberrimo Vocalise di Sergej Rachmaninov, eseguito da un po’ tutti gli strumenti di canto, dal cello al violino, al flauto, in cui abbiamo rilevato la totale assenza di preoccupazione, da parte della tromba, di ricercare la sensualità timbrica e l’allusivo preziosismo delle atmosfere, come chiavi di lettura primarie in favore della chiarezza dell’ordito e della disincantata visione di questa pagina, che ancora una volta avrebbe dovuto porre in rilievo il bel suono della tromba. Ancora non poche amenità sulla probabile meraviglia del pubblico nell’ascoltare la tromba interprete di inni religiosi (a voler rimanere in ambito più che popolare gli angeli che a Natale vengono posti nel presepe stringono tra le mani la tromba!), la produzione veneziana, dimenticando quella bolognese del Cazzati e del Torelli in San Petronio, prima di attaccare  le variazioni di Max Bruch, Kol Nidrei ispirate a melodie ebraiche risalenti al VII-VIII secolo, eseguite con suono e tecnica molto approssimativi. Finale attesissimo dal pubblico in sala affidato alla Rhapsody in blue di George Gershwin in una trascrizione funambolica firmata ancora da Timofei Dokshiter, in cui purtroppo la parvità tecnica l’ha fatta da padrona dal trillo e glissando iniziale al maestoso centrale, invidiato da Ravel, sino al finale in sordina, sia da parte del trombettista che della pianista la quale è incredibilmente lontana dall’asciutto e nutrito swing, dallo scintillio virtuosistico, dalla folgorante comunicativa che pretende quest’opera che è nel sentire di noi tutti dall’esecutore. Chiudiamo con una frase di Sisto VI: “Chi sa, fa. Chi non sa, insegna”.

Olga Chieffi

 

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