Il sigillo di Homologia sulla stagione Mutaverso

Scritto da , 18 maggio 2018
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Oggi, alle ore 21, al Centro Sociale “R.Cantarella”, l’ultimo appuntamento del cartellone allestito da Vincenzo Albano

Di OLGA CHIEFFI

Si chiude con Homologia, della compagnia DispensaBarzotti, oggi alle ore 21 la terza edizione della stagione teatrale salernitana Mutaverso Teatro, firmata da Vincenzo Albano. La compagnia fa ritorno all’Auditorium Centro Sociale dopo il successo dello spettacolo Victor presentato lo scorso febbraio, con uno spettacolo che lo scorso anno incantò il pubblico salernitano, che ha richiesto una sua replica, immediatamente soddisfatta dal direttore artistico. In “Homologia“ i giovanissimi Rocco Manfredi e il salernitano Francesco Napoli, su regia di Alessandra Ventrella, attraverso un teatro senza parole, che usa già in maniera consapevole il teatro di figura, analizza la vecchiaia in modo assolutamente non convenzionale, mettendo in scena la solitudine di un anziano, il cui perenne dormiveglia, nel giorno del suo compleanno, è scosso da ineffabili intromissioni che si mescolano a ricordi lontani. In un gioco di apparizioni, doppie presenze, consistenze illusorie, lo spettacolo è risolto in modo etereo, impalpabile, anche se sempre la morte sembra incombere, anzi incombe, ma quasi mai attraverso un’atmosfera cupa, ma anzi soffusa di lievità, dove è soprattutto la luce a creare le reali forme del teatro. In scena un uomo anziano interpretato da Rocco Manfredi – come palesa la maschera che indossa – solo è accompagnato soltanto dal rumore assordante della televisione; il ritratto tristemente attuale di un’esistenza dimenticata come tante. Ma ecco che un tonfo inaspettato vicino alla quinta sembra promettere un cambiamento: il vecchio rientra, infatti, con un manichino cui dona vita Francesco Napoli, finalmente una possibilità inaspettata di compagnia, un rimedio contro la solitudine di una vita fatta di giorni tutti uguali. Ha inizio allora un valzer dove uomo e marionetta interagiscono, si confondono, si scambiano di ruolo. E allora, come suggerisce il titolo, cos’è che rende gli uomini omologati? Forse la consapevolezza che gli esseri umani, in fondo, desiderano tutti le stesse cose, prima fra tutte un bisogno congenito di compagnia. Forse è nella routine alienante di gesti meccanici o, ancora, nella vecchiaia che la condizione umana trova una comune convergenza; come nel finale, in cui gli attori indossano la stessa maschera rendendosi di fatto indistinguibili. Uno spettacolo questo, che ci ricordò il teatro del silenzio di Maeterlinck, un racconto su cosa possa omologare l’uomo e renderlo tale, la morte. Lo spettacolo è costruito sul segreto, che corrisponde all’afasia dei personaggi, sul silenzio del soggetto, e sull’innominabile che è il silenzio sull’oggetto attorno al quale ruota il dramma, la morte, la sua attesa. L’anima riscopre parte del proprio segreto nell’accedere al mondo della memoria attraverso un corpo senile da marionetta. Da questa mancanza di dinamismo nel discorso (non c’è testo) e nell’azione trapela un’ inquietitudine metafisica che pare prolungare se non addirittura annullare il tempo, assumendosi il duplice obbiettivo di mettere in evidenza la passività dei personaggio, vittima di un destino più grande di loro, e di creare un malessere.

 

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