Il sigillo della reminiscenza nella Bohème di Giacomo Puccini

Scritto da , 25 ottobre 2015
La Bohème foto Massimo Pica

 

Questa sera, alle ore 18,30 il sipario del teatro Verdi si solleverà sulla più amata delle opere del genio toscano, rivelando la voce di Maria Agresta in duo con la bacchetta di Daniel Oren

 

Di Olga Chieffi

In questo prologo d’autunno, ritorna la Bohème al teatro Verdi di Salerno. Questa sera, alle ore 18,30, ci si ritroverà nel nostro massimo ove si alzerà il sipario sul freddo e Parigi, che sono il fondale di verità della Bohème. Tutta l’opera si svolge nell’attesa che Parigi resti tale senza più il freddo che, da reale, si assume presto a metafora dell’esistenza. Il dialogo iniziale tra Marcello (Gabriele Viviani) e Rodolfo (Giorgio Berrugi) (“Nei cieli bigi”) sottintende tutto il consueto conflitto di arte e realtà, nella verifica del classico carmina non dant panem ; in questo dialogo incombe il fondale: la città sotto la neve e fumante in mille comignoli, che Rodolfo guarda dall’alto della soffitta, mentre impreca contro il non funzionante, perché non alimentato né dalla sua né da altre arti, caminetto (nel quale sarà da scorgere per simbolo la ricerca del quasi pascoliano nido di quiete che percorre intera tutta la storia di Puccini come autore: la casetta rammentata da Tosca al suo Mario, il nido profanato di Butterfly, quello invaso dai Proci buoni di Minnie, di Frugola nel Tabarro – all’ombra sentimentale di un’altra Parigi, dove tuttavia un venditore di canzonette cita ‘la canzone di Mimì’ – di Ping, Pang e Pong alla corte di Turandot). Per la prima volta, e forse, al grado più alto, Puccini sperimenta in Bohème la liturgia dell’opera svincolata dai propositi narrativi, per accedere alla poetica dell’impressione e della reminiscenza. I personaggi corrono verso un destino che si precisa al di là dei loro appetiti sentimentali e si stagliano in un universo neutro che è quello della giovinezza, prima felice, quindi sfiorita, vero simbolo dell’opera che trascina in posizione gregaria azione e personaggi stessi. A farsi carico di questo percorso sono la mobilissima scrittura musicale, il suo espandersi per segmentazione dei motivi, e il perfetto congegno della memoria tematica; ma la reminiscenza obbedisce qui a intenzioni drammaturgiche di tipo eccentrico. Il cast è composto da eccellenze, a cominciare dalla voce perfetta per questo ruolo di Maria Agresta, che ritorna sul suo palcoscenico, affiancata da Irina Lungu che sarà Musetta, con Schaunard cui darà voce Fabio Previati, mentre Carlo Striuli vestirà la zimarra di Colline. La costruzione musicale di Bohème, con le sue accuratissime interruzioni di continuità, tali da suggerire la perdita di fiducia quasi totale nella cosiddetta grande arcata sarà ben evidenziata da Daniel Oren, alla guida dell’Orchestra Filarmonica Salernitana e dei cori preparati da Tiziana Carlini e Silvana Noschese. Un procedere dispersivo, nervoso, curioso del dettaglio, quello di Puccini, il cui cardine va individuato nel sommesso congedo di Mimì dall’amante nel terzo quadro, ove la mira dell’autore è palese: una melodia strumentale idonea a imprimere su tutto il sigillo della reminiscenza. Tutto dovrà risuonare come rimpianto di cose sciupate, fugacità; e coll’ulteriore e stravagante codicillo di non rinunciare mai agli ingredienti consueti del teatro delle lacrime. Ma questi ultimi paiono osservare di continuo purezza e bontà per poi sconfessarle nella segreta coscienza di un malessere sinora ignoto; di modo che la profonda spaccatura che nella musica di Puccini si verifica tra apparenza e stile è la sola chiave idonea ad aprire il suo controverso forziere e a mettere in luce quanto poco egli solidarizzasse con la vicina alba italiana del nuovo secolo e coi suoi aneliti di progresso e felicità. Proprio quel primo Novecento, stile floreale, liberty, in qui il regista Pier Paolo Pacini ha posposto l’opera, acuendo così ancor più il contrasto tra il tasto della disperazione dei personaggi e il ribollente magma di effusività che la musica erutta. Opera “impressionista”, dunque, Bohème? Non è importante etichettarla; quel che è certo è che essa ha scavato un solco non più colmabile tra passato e presente.

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