Il sentire teatrale di Alessandro Haber

Scritto da , 3 Aprile 2019
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Trionfo personale dell’attore nel ruolo di Andrea ne’ “Il padre” di Florian Zeller, andato in scena al teatro Verdi di Salerno, ben affiancato da Lucrezia Lante Della Rovere

Di ARISTIDE FIORE

Un’osservazione della vita attraverso una condizione estrema, il sopraggiungere di una malattia debilitante che infrange le certezze di un ingegnere estremamente vitale, sconvolgendo la quotidianità della sua famiglia, è l’essenza de “Il padre” di Florian Zeller (2012), spettacolo valso all’autore il conseguimento del premio Moliére 2014, rappresentato la scorsa settimana al Teatro Municipale “Giuseppe Verdi” di Salerno, nella versione curata dal regista Piero Maccarinelli. Interpretare Andrea è il difficile compito affidato alla sensibilità di Alessandro Haber, che restituisce un personaggio vero, credibile, lontano dall’imitazione banale di casi reali, ma incentrato piuttosto sul problema metafisico della perdita di contatto con la realtà e con il sé, in perfetto equilibrio tra quegli accenti tragici e esilaranti che connotano anche le situazioni più difficili. D’altronde, come sostiene l’autore, per approfondire l’aspetto patologico o sociologico della demenza esistono saggi e trattati, ai quali di certo un’opera teatrale non può, né intende, sostituirsi. Anna (Lucrezia Lante Della Rovere), costernata per il quotidiano rivelarsi della malattia del padre e ormai conscia della sua irreversibilità, cerca di preservare la stabilità del rapporto col genitore, attraversato da una tensione emotiva che culmina nella narrazione di un sogno in cui vede sé stessa nell’atto di strangolarlo. È una lotta impari che la vede impegnata su più fronti: il diradarsi della memoria e i conseguenti scatti di rabbia del padre; la difficoltà, da parte delle badanti, di gestire una persona tutto sommato ancora desiderosa di indipendenza e non completamente consapevole della propria condizione; infine lo sforzo di conciliare la situazione con la vita professionale e quella sentimentale. Sotto quest’ultimo aspetto, il rapporto con Piero (Paolo Giovannucci), messo alla prova al sopraggiungere della necessità di ospitare Andrea nel loro appartamento, si rivela determinante per trovare il coraggio di prendere una decisione dolorosa quanto risolutiva, che sembra tuttavia dettata più dall’insofferenza del compagno che da una sincera intenzione di essere d’aiuto: fallito l’ennesimo tentativo di affiancargli una badante, la solare ma determinata Elisa (Ilaria Genatiempo), a volte fatta oggetto di attenzioni galanti o scambiata per l’altra figlia, Laura, morta in un incidente, si decide di affidare l’anziano genitore a un istituto specializzato. Lo svolgimento dell’azione, continuamente interrotto e infarcito di repentini scambi di ruoli e volti, con ripetizioni leggermente variate di alcune scene, coinvolge lo spettatore nell’esperienza soggettiva del protagonista, trasmettendogli almeno un po’ del suo senso di spaesamento. Il ricorso a tali artifici drammaturgici interessa infatti anche alcuni momenti in cui Andrea non è in scena, quindi oltre a mostrare il suo modo disordinato di percepire la realtà, mette alla prova anche la capacità di comprensione del pubblico. Nell’ambito di tali avvicendamenti, tocca a Riccardo Floris interpretare il ruolo più surreale: lo si vede comparire all’improvviso al posto di Piero, ma identificato dal protagonista come Antonio, l’ex marito, che sembra però incarnare una proiezione della contrarietà di Piero alla convivenza col suocero, evidentemente percepita da quest’ultimo nonostante ogni tentativo di dissimulazione. Verso la fine Floris ritorna invece nelle vesti del medico Oliviero, aumentando ulteriormente lo spiazzamento dello spettatore, il quale potrebbe caso mai chiedersi se Antonio sia visto da Andrea con le sembianze di Oliviero o se piuttosto sia vero il contrario. Nelle circostanze in cui Andrea non la riconosce, Anna è impersonata da Daniela Scarlatti, che ritroveremo anche nei panni della badante, anch’ella non riconosciuta, e poi nella scena finale, come infermiera della clinica: riconosciuta come tale a fasi alterne, sarà lei a accogliere un sempre più smarrito Andrea in un contesto amorevole, per quanto possibile rassicurante, in attesa della fine. Nell’adattamento italiano, la progressiva astrazione determinata da lievi cambiamenti nella scenografia di Gianluca Amodio introdotti da cesure rappresentate dal buio totale e dalle musiche di Antonio Di Pofi, intende accentuare una perdita di contatto con la realtà che coinvolge sia il malato sia i suoi familiari, continuamente sorpresi dagli esiti imprevedibili della malattia, per l’alternanza caotica tra lucidità e alienazione. L’arredamento della casa, che si riduce gradualmente all’essenziale fino a trasfigurarsi nella nudità asettica della stanza di una clinica specializzata, dove al posto del divano compare un letto articolato, accompagna e rappresenta la progressione della malattia e il conseguente allontanamento dalla realtà. Cadono una per una tutte le certezze, fino a perdere la consapevolezza di sé, e dall’anziano affiora il bambino che fu. Con questa simbolica chiusura del cerchio dell’esistenza, il dramma si conclude, raggiungendo il suo picco emotivo e poetico.

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