Il segno poetico di Mariangela Gualtieri

Scritto da , 10 Giugno 2021
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di Olga Chieffi

Il segno poetico di Mariangela Gualtieri sposerà il dire di Roberto Latini, nello spettacolo “La delicatezza del poco e del niente”, uno degli eventi più preziosi della VI edizione della stagione Mutaverso Teatro, progetto dell’Associazione Erre Teatro ideato e diretto da Vincenzo Albano. Questa sera, alle ore 20.30 negli spazi del Teatro Ghirelli, riflettori accesi su Fortebraccio Teatro e la Compagnia Lombardi-Tiezzi un concerto poetico per sola voce, in cui la poesia si trasformerà in respiro, saliva, corpo e voce. Le forme linguistiche e le figure retoriche sono dei mezzi che ci servono per raccontare la realtà così come la viviamo. Ognuno di noi usa ogni giorno metafore, iperboli, eufemismi, per cercare di dare una vita fisica, palpabile, alle proprie emozioni; per raccontarle agli altri e a noi stessi. La poesia è la massima espressione di questa tendenza, perché cerca di raccontare l’essenza delle cose, di superare il concetto di ‘io’ per avvicinarsi al ‘noi’, a ciò che tutti sentiamo. Mariangela Gualtieri è autrice di teatro. Ha fondato insieme al regista Cesare Ronconi il Teatro Valdoca, nel quale è attiva come drammaturga. “E’ poco il poco che so e di questo/ poco io chiedo perdono. Io chiedo/ perdono per quello che so, perdono io chiedo/ per tutto quello che so’ ”: così scrive nel suo Parsifal Mariangela Gualtieri, la quale non concepisce la natura né come entità né come metamorfosi, ma piuttosto come una meta spirituale da raggiungere e tramandare poeticamente. “Due verbi che si intrecciano – scrive il De Angelis – in una sorte comune: tramandare la natura ha valore soltanto se il cammino precedente ne ha avuto a sua volta, se ha osservato nel profondo quanto veniva offerto ai suoi occhi: popoli, cespugli, angeli, le minime differenze di luce, odore, di gesti e di dialetti durante il susseguirsi dei giorni e delle notti E’ perciò evidente – al di là di ogni abuso etimologico – che il gesto del tramandare converge con il tradurre: ne è un altro volto, quello visibile alla comunità, e si delinea via via che le cose viste camminando vengono riscritte nella lingua attuale del luogo attuale, con le sue diverse sillabe e pause, con i suoi nomi e i suoi cognomi”. Una poesia che oscilla tra la chiamata e la fuga, tra il presagio di senso e l’orrore per il nulla, tra la paura della sommersione e la fede nelle forze che traggono comunque dalle acque. La frequentazione delle cose è percorsa dal brivido della morte e dalla preghiera di una luce, dal sussulto inatteso della speranza. Essere avvolti nell’ombra non impedisce il riverbero, e la poesia della Gualtieri è tutta sollecitata dalla luce, persino nel fondo dell’orrore. Ma tutta questa poesia è come un brulichío da cui scintillano immagini di violenza e di dolcezza, strappi di brutalità e sussurri di gentilezza. La scrittura di Mariangela Gualtieri, come il teatro insieme al quale prende forma, è primariamente esplorazione e registrazione di un flusso emotivo, di una voce che affiora alla coscienza. Quasi fosse un rabdomante della parola, l’autrice oltrepassa la sembianza razionale delle cose e i confini della psiche individuale, in un abbandono vigile e teso a cogliere l’essenza di stati d’animo e corrispondenze col mondo. E dalla capacità di osservazione stupita del mondo, unita a quella di ascolto delle risonanze interiori, nasce il tono sorprendentemente ispirato di queste poesie, che conducono chi legge nel territorio ibrido che sta fra infanzia e crudeltà, bellezza e dolore, umano e animale. Una visionarietà dirompente centra suggestioni e umori, e una generosa passionalità sostiene il verso, approdando a un discorso su vocazione, ragione e istinto, mancanza e possibilità di conseguimento, morte e rinascita. Cioè sulla necessità di tornare a uno stato sorgivo dell’essere per potersi ritrovare, per colmare la ferita della distanza da se stessi e dal proprio fuoco centrale.

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