Il segno alchemico di Carmine Piro

Scritto da , 20 agosto 2016

 

Oggi alle ore 19,00, presso il sito archeologico del Monastero della SS. Trinità di Ravello il vernissage della mostra di Carmine Piro “Alchimie”, a cura di Pasquale Ruocco

 Di DAVIDE NAIMOLI

Oggi, alle ore 19,00, presso il sito archeologico del Monastero della SS. Trinità di Ravello si inaugura la mostra di Carmine Piro “Alchimie”, a cura di Pasquale Ruocco. L’evento prosegue il calendario di attività legate all’arte contemporanea previste all’interno del progetto di studio e recupero del sito archeologico promosso e gestito dall’Associazione culturale Ravello Nostra. Dopo le opere dello scultore Luigi Vollaro, il sito archeologico del Monastero della SS. Trinità accoglie una serie di opere di Carmine Piro da sempre impegnato in una riflessione sull’arte, la sua storia e le sue tecniche. Per l’occasione l’artista esporrà quattro grandi colonne realizzate in ceramica con una sorta di scrittura simbolica evidentemente ispirata ai decori delle chiese e dei palazzi della Costiera Amalfitana, tra arte bizantina, cosmatesca e arabo normanna, nonché tre esili ‘totem’ in terracotta che dialogano con il valore archeologico del sito. L’associazione Ravello Nostra si è posta chiaramente nel binario tracciato da Massimo Bignardi che cede lo scettro ad un suo allievo Pasquale Ruocco per la curatela della mostra. “Alla base dell’architettura pittorica di Piro – osserva Massimo Bignardi, curatore della mostra ospitata al Frac di Baronissi dal 6 maggio al 5 giugno – gli elementi fondanti: innanzi tutto la geometria, mai esibita nella sua veste di ordine del piano bensì, per l’acuto insistere dell’artista sui fondi e le stesure d’oro, quale prospetti interiore che riprende da sue vecchie esperienze condotte nel clima concettuale degli anni Settanta nonché alle grandi Ellissi dei primi degli Ottanta. […] A chi inquadra queste opere affiancando le due versioni, il blu luminoso e al tempo stesso pronto a sfocare le ordinate costruzioni di arabeschi che tessono il fondo e il rosso, quasi lacca, denso e luminoso come il sangue, non sfuggirà la vicinanza con le trame, con, motivi moreschi, dei segni che i ceramisti di Fez dipingono sulle anse dei vasi, sulle tese di larghi piatti Piro ne è ben consapevole, anzi cerca di spingere il più possibile nella direzione di una pitta che sia capace di entrare in gioco nello spazio e quindi di farsi architettura”. La sua è una parabola artistica ricca di esplorazione di linguaggi creativi differenti tra loro con un esordio nel figurativo, una parentesi concettuale, l’indagine di forme geometriche sviluppate in una ricerca quasi esoterica in cui si mescolano a partire da metà degli anni ’80 Pitagora, la cabala e Giordano Bruno, fino ad approdare ad un’impostazione architettonica della pittura, quella attuale, in cui il rapporto con e nello spazio si fa preponderante. L’alchimia può definirsi il migliore utilizzo possibile delle forze contrastanti e dei componenti materiali grezzi a disposizione dell’uomo, in maniera che l’amalgama, l’unione equilibrata di elementi di per sé eterogenei, produca delle loro qualità potenziali non una semplice somma, ma una moltiplicazione esponenziale. Se l’armonizzazione dei componenti umani è perfetta, si produce una loro assonanza o sinergia, i cui effetti si estendono a dimensioni non percepibili con i soli sensi fisici, perché metafisiche.

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