Il Sant’Apollonia Festival chiude con Die Dreigroschenoper

Scritto da , 7 giugno 2015

Questa sera, alle ore 19, gran finale della rassegna da camera promosso dal Conservatorio Statale “G.Martucci” con la massima creazione del binomio Brecht-Weill in forma cameristica

Di OLGA CHIEFFI

 

Gran finale questa sera, alle ore 19, per il Festival di Musica da Camera Sant’Apollonia, giunto alla sua seconda edizione. Un evento, questo, nato dalla sinergia del conservatorio di Musica “G.Martucci” di Salerno, con un progetto del Dipartimento di Musica d’Insieme, presieduto da Francesca Taviani, da un’idea di Anna Bellagamba e la Bottega San Lazzaro del professore Giuseppe Natella che ospita la rassegna nella cornice della Chiesa di Santa Apollonia. Il sigillo a ben otto giorni di musica, che hanno animato il centro storico, lo apporrà il binomio Weill-Brecht con la sua massima creazione Die Dreigroschenoper. Sforzo massimo per i ragazzi che si ritroveranno anche a recitare, in uno spettacolo che vedrà in palcoscenico i tredici strumenti originali diretti da Matteo Parisi, otto cantanti-attori e la partecipazione straordinaria di Yari Gugliucci che sarà la voce recitante. Il soprano Yana Tsapyuk e il mezzosoprano Luana Grieco con Enrico Vigorito al pianoforte, faranno dell’eclettismo e della contaminazione dei generi la propria cifra distintiva, trasformando Santa Apollonia in un cabaret berlinese marcare sia la continuità con un passato così importante (e così ingombrante) sia la differenza, andando ad eseguire quattro celebri canzoni su testo di Brecht, “Vom Sprengen des Gartens”, “Erinnerung an die Marie A, una poesia sul disincanto, Nanna’s lied e Das Lied der  Moldau, a rappresentare la sinuosità scabra di questo autore, il «Verdi dei poveri», come lo chiamava Busoni, che forse più di ogni altro autore chiede alla voce femminile duttilità sapiente e ricchezza di colori, nonché un’estrema disinvoltura stilistica. Si continua con il Dmitri Shostakovich della Suite per orchestra jazz n°1, composta nel febbraio del 1934. Anche qui, sin dalle prime note del Valzer, saremo catapultati nel mondo dell’orchestrina, con le ancheggianti armonie del pianoforte e il suadente tema della tromba con sordina. La Polka ha invece uno spirito buffo, impertinente e scorre via veloce nella sua gaia spensieratezza sin dallo spiritoso tema principale enunciato dallo xilofono, l’ultimo brano della suite è un foxtrot. Una scintillante introduzione orchestrale – ritornerà ciclicamente a raccordare le successive entrate tematiche – prepara l’avvio del sax tenore che, come un personaggio dalle movenze quasi fisiche, presenta un tema sgusciante e provocante. Dopo il ritorno del tutti orchestrale tocca al violino solista farsi avanti e poi lasciare il posto all’intervento «esotico» della chitarra hawaiana. La danza prosegue ancora nel ritorno del tutti orchestrale, sul cui diradarsi fa capolino il motivo annuente delle trombe e il ritorno del primo tema del sax tenore, ora al trombone. Ancora nel finale, dopo la ripresa del grande motivo a piena orchestra, iridescenti sonorità riemergono negli ultimi assolo con le brevi rievocazioni tematiche del sax contralto e del sax tenore. Finale con l’opera da tre soldi, con la sua lucida e provocatoria critica sociale del testo e la dirompente forza della sua musica, che la conferma opera estremamente vicina alla crisi di valori umani, sociali e morali che caratterizza i nostri giorni: nel mettere in scena personaggi socialmente emarginati e privi di scrupoli, malviventi, donne di malaffare, poliziotti e uomini di potere corrotti, Brecht e Weill, grazie alla tecnica dello straniamento teatrale e a uno stile musicale che utilizza il linguaggio della musica classica intercalandola con le suggestioni del cabaret, della canzone commerciale, del jazz e della musica da ballo, ci consegneranno una visione disincantata e spietatamente critica della realtà che ci circonda. Di qui la modernità spregiudicata di questo tipo di teatro lirico e musicale, che può coinvolgere tanto cantanti lirici quanto artisti provenienti dal teatro di prosa – come insegnò la storica messinscena realizzata da Giorgio Strehler negli anni Settanta del secolo scorso per il Piccolo Teatro di Milano –, dall’operetta e dal teatro di prosa e che vedremo qui realizzata in forma cameristica dagli allievi del nostro conservatorio.

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