Il ritorno di Shakespea Re di Napoli

Scritto da , 27 febbraio 2016

 

Questa sera e domani al teatro Verdi andrà in scena il pluripremiato spettacolo di Ruggero Cappuccio

 

Di Olga Chieffi

Era il 2002 e negli spazi dell’antica farmacia Sait nel cuore del centro storico di Salerno, all’ombra della reggia del Guiscardo, andava in scena Shakespea Re di Napoli, che segnò il ritorno in città di Ruggero Cappuccio e della sua “Scena segreta”. Questa sera, alle ore 21, in spettacolo fuori abbonamento, parte di un segmento contemporaneo del cartellone di prosa del massimo cittadino, che va a tamponare la vacuità della stagione ufficiale, ritornerà a Salerno Shakespea Re di Napoli. Quando William Shakespeare pubblicò i suoi 154 sonetti, li dedicò al misterioso Mr W.H., dando principio a una serie di indagini e speculazioni sull’identità dell’anonimo amico. Se in un primo momento si sono voluti identificare come possibili destinatari delle rime shakespeariane il conte di Pembroke o  Lord Southampton, ci si è successivamente orientati verso nuove ipotesi che hanno portato a immaginare un personaggio che abbia avuto in qualche modo un ruolo anche nella drammaturgia del Bardo. Oscar Wilde, nel suo racconto breve The Portrait of Mr W.H , in particolare, ipotizza che, dietro alla sigla W.H., si celi il giovane attore Willie Hughes, interprete di numerose protagoniste delle tragedie di Shakespeare, quali Viola, Desdemona, Rosalinda o Giulietta. Ruggero Cappuccio, in Shakespea re di Napoli, s’inserisce in questo contesto, immaginando che il drammaturgo inglese avrebbe in realtà dedicato i suoi sonetti a un giovane partenopeo, conosciuto durante una visita a Napoli, in cui il viceré gli avrebbe ceduto il trono per una notte; il suo favorito lo avrebbe, quindi, seguito in Inghilterra e sarebbe tornato morente a Napoli, dopo avere abbandonato una Londra infestata dalla peste. Si tratta di una finzione dichiarata, di una bugia a sostegno della drammaturgia e della poesia, che lascia supporre l’origine mediterranea del giovinetto adorato da Shakespeare, ipotesi che aumenta il fascino rivestito da questo mistero, creando una felice e suggestiva associazione tra la cultura napoletana e il teatro Elisabettiano. Durante una notte di carnevale, alla reggia di Napoli, Desiderio e Zoroastro si confrontano a viso aperto, raccontando le proprie vicende umane, fino al sopraggiungere della morte, prima solo finta, poi reale. Un’opera, questo Shakespea Re di Napoli, i cui meriti e qualità sarebbero difficili da elencare, ma che possono essere riassunti come segue: è uno spettacolo che continua a piacere e ad essere acclamato dal pubblico oggi come vent’anni fa, perché, mentre riflette tutto l’umorismo e la comicità carnevalesca del capoluogo campano, con un linguaggio derisorio e volgare, nello stesso tempo serba, quasi fosse uno scrigno, un tesoro profondo che è il tesoro stesso della lingua napoletana. Parte delle battute dei due protagonisti infatti sono scritte in settenari ed endecasillabi sciolti, e la loro lingua, così musicale, fisica, artistica, è il frutto di un’attenta e filologica ricostruzione da parte dell’autore. In tutto questo i due attori, Claudio Di Palma e Ciro Damiano, che incarnano Zoroastro e Desiderio da quando lo spettacolo è stato portato in scena la prima volta al Festival di Sant’Arcangelo nel 1994 per volontà di Leo De Berardinis, sono immensi: il primo (il cui ruolo è stato adottato anche da Lello Arena) è il fuoco di un’orbita composta da tutta la grande tradizione drammatica e teatrale napoletana, che da Pulcinella arriva a Peppe Barra, mentre al secondo spetta l’onere di interpretare quel Desiderio al quale, nell’immaginazione di Cappuccio, sarebbero stati dedicati i sonetti di Shakespeare, che sempre fantasiosamente avrebbe compiuto un viaggio a Napoli dove sarebbe entrato in contatto con la commedia partenopea. La coppia, in un palco minimale che richiama l’Arte povera, emanano un flusso di emozioni intraducibile come intraducibile è la lingua da loro recitata, dalla quale bisogna solo lasciarsi trasportare, perché la potenza e il valore della lingua poetica è spesso più nella forma che nel contenuto.

 

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