Il ritorno di Saverio La Ruina

Scritto da , 21 febbraio 2017
image_pdfimage_print

Gran pubblico nel week-end alla sala Pasolini, con Masculo e Fiammina, ospite della Casa del Contemporaneo

 

Di OLGA CHIEFFI

Dopo essere stato gemma luminosa della rassegna teatrale “Per voce sola”, firmata da Vincenzo Albano, nel settembre del 2014, nei panni della Pascalina di Dissonorata, è tornato nel week-end alla Sala Pasolini, ospite del cartellone della Casa del Contemporaneo, il Premio Ubu 2012 Saverio La Ruina. Ha proposto , questa volta, al suo pubblico “Masculu e Fiammina”, un dialogo denso e poetico con la propria madre che non c’è più: una conversazione dell’anima, un flusso dilagante e ininterrotto di parole e coscienza, di tenerezza e di verità nascoste. Negli splendidi Dissonorata e La Borto, pluripremiati monologhi, usava il suo corpo vestito da donna per mostrare la femminilità offesa ma orgogliosa, in qualche modo ribelle al modello maschile; in Italianesi ripercorreva il viaggio all’incontrario, verso l’Italia, di un bambino rimasto con la famiglia prigioniero nei campi di prigionia albanese, passando per Polvere l’unico lavoro a due voci e in italiano, prendeva un’altra strada, raccontando un caso di violenza maschile sulle donne, nel nuovo Masculu e Fìammina Saverio La Ruina torna alla forma dei primi lavori: un solo personaggio che ha l’innocenza, la sprovvedutezza ma anche la luce di speranza, il gesto iconoclasta, per cambiare un destino. L’idea di base di Masculu e Fìammina è che un uomo semplice parli con la madre. Una madre che non c’è più. Lui la va a trovare al cimitero. Dalle 16 alle 18, ogni giorno, come solo noi del Sud, che abbiamo un rapporto privilegiato con il sotterraneo, con l’aldilà, sappiamo fare e vivere. L’unico mezzo di comunicazione tra i vivi e i morti è il sogno: non potendo aspettarsi il sostegno dei vivi, il popolo mediterraneo lo chiede ai morti, e il dialogo con le anime purganti diventa insieme la concreta rappresentazione della memoria e la speranza di sottrarsi miracolosamente all’infelicità. Peppino, in mezzo alla neve, si racconta finalmente a sua madre, le confida con pacatezza di essere omosessuale, “o masculu e fìammina cum’i chiamàvisi tu”, l’esistenza intima che viveva e che vive. Non l’ha mai fatto, prima. Certamente questa mamma ha intuito, ha assorbito, ha capito tutto in silenzio. Senza mai fare domande. Con infinito, amoroso rispetto. Arrivando solo a raccomandarsi, quando il figlio usciva la sera, con un tenero e protettivo “Statti attìantu”. Per lui, scatta il tipico confessarsi del sud, al riparo dagli imbarazzi, dai timori. Forse con un piccolo indicibile dispiacere di non aver trovato prima, a tu per tu, l’occasione di aprirsi, di cercare appoggio, delicatezza. E affiorano memorie e coscienze di momenti anche belli, nel figlio, a ripensare certi rapporti con uomini in grado di dare felicità, un benessere che però invariabilmente si rivelava effimero, perché le cose segrete nascondono mille complicazioni, destini non facili, rotture drammatiche. Si tocca con mano difficoltà a trovare le parole per esprimere ciò che egli appare agli occhi degli altri, perché egli interiormente non si sente di assomigliare a ciò che appare. Solo sua madre conosce l’anima di Peppino dal di dentro e ciò che egli è sempre stato prima di avere rapporti esterni con gli altri. La madre morta appare insostituibile e ciò lo condanna, forse, alla solitudine. Dopo la rivelazione del suo segreto alla madre, il poeta si sente libero da quest’amore filiale e inizia per lui una vita nuova che non si spiega solo in maniera razionale ma soprattutto inconsciamente.

Consiglia

Cronaca

Attualità

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->