Il ritorno di Giandomenico Vaccari

Scritto da , 28 ottobre 2016
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I due direttori artistici insieme per la ripresa autunnale della stagione lirica con il Nabucco di Giuseppe Verdi, un’opera la cui lettura di Daniel Oren resta insuperabile

 

Di OLGA CHIEFFI

Presentazione del Nabucco “champagne” nel foyeur del teatro Verdi di Salerno in cui abbiamo ritrovato un Giandomenico Vaccari in splendida forma, in veste di regista dopo ben dieci anni di assenza da Salerno. Ricordiamo nel corso del suo direttorio una particolare Madama Butterfly, Cenerentola, il Werther di Jules Massenet, Il Cappello di paglia di Firenze di Nino Rota e ancora, il prezioso ballettino degli allievi della scuola del Teatro di San Carlo “Il Guarracino” di Gaetano Panariello, la regia simbolica di Elena Barbalich per Macbeth, il congedo dal massimo cittadino con Manon Lescaut. Ieri mattina, a fianco di Daniel Oren Giandomenico Vaccari ha rivelato che questo Nabucco è certo figlio della passata produzione (ce ne siamo accorti dalla immagine perfettamente uguale del libretto e le scene del III atto firmate da Flavio Arbetti), ma avrà una rilettura basata sul ritmo, sulla velocità, sull’odio. E’ il lessico del melodramma più celebre tra quelli del giovane Verdi avvalora senza dubbio l’asserzione che la sua musica sembra di una tal gagliarda forza illustrativa e comiziale da assumere una specie di ruolo di guida della coscienza civile dell’Italia da fondare, o, se si preferisce, di documento che testimonia di un’area sociale, culturale e linguistica, su cui tuttora ci si esercita come su un libro di storia patria. La violenza brutale dell’eloquio e la realizzazione in musica, non di caratteri individuali piuttosto di formule, schemi, simboli di una tensione collettiva, insomma, su cui Giandomenico Vaccari ha giustamente puntato. Daniel Oren ha portato in conferenza una partitura che ha molti decenni, tanti segni, sofferta. La cruda evidenza che quel “librone” raccoglie, Oren la riesce a far rivivere ogni volta, in un “guazzabuglio” di emozioni e contrasti, che è il cuore umano, per evocare termini di manzoniana memoria. E’ una cruda evidenza riscontrabile fin dalla celeberrima sinfonia dell’opera, ove l’elementarietà del suono di fanfara colpisce come la lingua di un sanculotto introdottosi in un salotto bene, ma subito s’avvertirà, nel corso dello svolgersi dell’opera, un altro tratto di singolarità, l’assenza di un protagonismo tenorile. Si sa quanto il tenore del melodramma romantico nazionale, il belliniano e il donizettiano, si fosse identificato con l’ “eroe” o, comunque, avesse avuto funzione di strumento primario d’emozione: il povero Ismaele (ruolo in ballottaggio tra il giovanissimo Michele Cerullo e Vincenzo Casertano) è ben lungi da ciò, poiché Verdi ha chiaro già in mente come l’epica sarà d’ora in avanti compito della corda baritonale, la più virile, la più psicologica, Nabucco, quindi, per la prima vivrà del talento di Luca Salsi, Zaccaria sarà un vero basso, Simon Lim e il gran sacerdote di Belo, il salernitano d’adozione Carlo Striuli. Abigaille, portatrice dell’istanza belcantistica, ma allo stesso tempo colei che quell’istanza ribalterà, in forza dell’inaudito spessore del declamato sarà Susanna Branchini, mentre Fenena avrà la voce di Raffaella Lupinacci. Cast giovanissimo completato da Can Guven Murat (Abdallo) e Miriam Artiaco (Anna). Connotazione mitica per il coro diretto da Tiziana Carlini che eleverà il “Va’ pensiero”, non da escludere nel bis con l’intero uditorio. Vicino il sold out per la prima del I novembre, si replica fino al 6 c.m.

 

 

 

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