Il potere “illuminato” del Die Zauberflote

Scritto da , 11 maggio 2018
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Questa sera, alle ore 21, il sipario del Teatro Verdi di Salerno si leverà sull’ultima opera di Mozart. Sul podio al tener le redini dell’Orchestra Filarmonica Salernitana e di un palcoscenico molto movimentato da Mariano Bauduin, il direttore Andres Mustonen

 Di OLGA CHIEFFI

 Wolfgang Amadeus Mozart entrò ufficialmente nella Massoneria il 14 dicembre del 1784, in qualità di “apprendista”, nella loggia “Zur Wohltätigkeit” (Alla Beneficenza) fondata dall’illuminato Maestro Otto von Gemmingen. Nei primi mesi del 1785 fu elevato al grado di “Compagno” nella loggia “Zur wahren Eintracht” (Alla Vera Concordia) del barone Ignaz Edler von Born e poco dopo passò al grado di Maestro nella loggia di Vienna più importante ed attiva, anche a livello musicale: la “Zur gekrönten Hoffnung” (Alla Speranza Incoronata). I motivi che portarono Mozart ad accostarsi alla massoneria non sono chiaramente identificabili, ma decisivi i suoi ideali di umanità, la sua forte spiritualità, la ricerca costante del rapporto con il “fratello prossimo”, e certamente l’esigenza di un contatto personale con Dio, che la Chiesa ufficiale non riusciva a dargli. Stasera, alle ore 21, ritroveremo simbolismi e ragioni della “prima” massoneria, nell’opera principe del simbolismo musicale massonico, il Die Zauberflote di Wolfgang Amadeus Mozart. Il regista Mariano Bauduin, insieme allo scenografo Nicola Rubertelli e alla costumista Marianna Carbone, ha inteso citare, su di un palcoscenico molto composito, un po’ tutte le fonti unitamente a ciò che Mozart aveva potuto vedere nel Frehaus Theater di Emanuel Schikaneder, in cui si davano lavori di ogni genere dalle farse alle tragedie di Shakespeare, aggiungendoci anche la tradizione barocca partenopea. A tener le fila di palcoscenico e buca ci sarà Andres Mustonen, a cominciare dalla ouverture e quel bussare tre volte alla porta, andando a principiare la grande cerimonia d’iniziazione musicale, per proseguire con le piroette del moro erotomane Monostato (Marcello Nardis) che prorompe con sincerità commovente, con la musica che lo contorna di un brillio fantasioso-leggendario che fa già pensare a Mendelssohn e Rossini. In alto su di lui aleggia Astrifiammante (Sara Blanch), con la voce che deve eseguire splendidi e virtuosistici esercizi al trapezio. Questo spirito aereo senza requie sarebbe portatrice di male, ma resta solo una madre potente e sconfitta alla quale hanno rapito la figlia. La sua voce non fa altro che doppiare il glockenspiel di Papageno (Filippo Morace) l’uomo bestia che s’intrufola tra i saggi, spinto dal desiderio d’amore profano come Monostato. Tutto nel Die Zauberflote ha un’origine comune, quasi radici e rami della stessa pianta che vedremo rappresentati sugli specchi in scena. Tutti trascinati dalla forza d’amore, che Sarastro (Giovanni  Battista Parodi) e i suoi sacerdoti si adoperano di equilibrare fra amore concupiscente e benevolente. Le zone di pensosa solennità, o di nervosa accentazione drammatica che evocano le altezze di Bach e Handel, sono alle porte dell’iniziazione e confortano le parole del parsifaliano Sarastro. Lo strumentale è scintillante ma rivela corni di bassetto dal collo a “compasso”, protegge l’innocenza degli strumenti magici, dal flauto di Tamino (Anicio Zorzi Giustiniani) alla siringa, e al carillon di Papageno, sino alla profondità delle fanfare e ai grandi cori di cerimoniale ispirazione massonica. Già nella scelta timbrica comincia il recupero sereno di ogni santa volontà, per umile che sia. In quest’opera che tutto può accogliere e vestire, dalle sete, alle penne di pappagallo, sino alla pelle di capra, e far volteggiare anche dei burattini, vince la sofferenza per raggiungere un traguardo. Ciò si vede nella vittima del gioco, Pamina (Valentina Mastrangelo). Nella sua aria d’amore  ritroviamo gli echi sia di Sarastro che della madre Regina, in una pagina d’ascendenza bachiana, tra sconforto e rassegnazione. Tamino e Pamina camminano sicuri di prova in prova il flauto li guida, come guidò Orfeo alla ricerca di Euridice, accompagnati dai timpani, attraverso l’acqua e il fuoco. Anche Papageno scorrazza felice nei pressi, tenendo per mano niente meno che sua moglie Papagena (Paola Francesca Natale), che spera di dargli moltissimi Papageni, sulle note del famoso duetto. Un caso irripetibile di virtù della varietà di prospettive che offre con la combinazione di registri differenti, magico-spettacolare, comico-popolare o educativo e  la loro attitudine a farsi declinare sulla scena con differenti modalità, e in stretta relazione con i diversi orizzonti d’attesa del pubblico, spiega il successo del Die Zauberflöte, presso i fruitori più disparati, ma anche l’ampiezza del campo d’interpretazione scenica a disposizione di chi l’allestisce, ai nostri tempi, e nella storia. Un’ opera questa Zauberflöte che è un invito alla conciliazione di principi opposti nell’armonia universale, un lascito che ha come base quella variegata umanità che Mozart ha sempre saputo sempre così meravigliosamente schizzare nel suo teatro.

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