Il pianoforte romantico di Laura Licinio

Scritto da , 22 aprile 2015
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La pianista foggiana si esibirà questa sera alle ore 18, nel salone del Circolo Canottieri Irno

Di OLGA CHIEFFI

 

Questa sera, alle ore 18, il salone del Circolo Canottieri Irno di Salerno, ospiterà un récital della sedicenne foggiana Laura Licinio, allieva di Anna Chiara D’Ascoli, ex docente del Conservatorio “G.Martucci” di Salerno. La giovanissima e talentuosa allieva ha scelto di principiare il suo programma con la Sonata op.10 n°3 di Ludwig Van Beethoven. Beethoven cominciò a lavorare alle tre Sonate dell’op. 10 probabilmente già durante il 1796, mentre componeva l’op. 7. La Terza Sonata dell’opera 10 si differenzia dalle prime due per la sua impostazione di “grande” Sonata da concerto; torna infatti alla struttura in quattro vasti movimenti; e, in questa prospettiva, si tratta probabilmente del risultato più maturo conseguito da Beethoven fino allora. Non manca tuttavia l’elemento più “leggero” e scherzoso, che si impone soprattutto nei due movimenti estremi; le risorse più brillanti della tecnica pianistica – grandi passaggi in ottave, arpeggi spezzati, accordi “martellati” – sono messe al servizio, nel Presto iniziale, di un contenuto giocoso, che si avvale di una grande ricchezza e varietà interna; il tema principale – un possente passaggio in ottave – serpeggia in frammenti per tutta l’esposizione, ed è anche alla base dello sviluppo, che sfrutta la tecnica del salto di una mano, la sinistra, sopra l’altra, nei diversi registri della tastiera. Fulcro della composizione è però il tempo lento, il Largo e mesto che costituisce una delle pagine di più intensa concentrazione espressiva in tutto il sonatismo di Beethoven; scritto nella “tragica” tonalità di re minore, sfrutta la ricerca di timbri opachi, della semplicità di una melodia su basso albertino, di improvvisi passaggi “singhiozzati” nel registro alto, di un fraseggio legato e di improvvisi silenzi; il tutto tenuto insieme con la mirabile coerenza del disegno complessivo. La tensione si stempera con il breve Menuetto (vi troviamo ancora i salti di registro nel Trio). Il Finale è un Rondò che si riallaccia al tempo iniziale, e che “Stenta” ad avviarsi, con due false partenze del refrain; coerentemente, è negata una conclusione ad effetto. Seguirà, la seconda rapsodia di Johannes Brahms op.79, datata 1879. La pagina porta l’indicazione “Molto appassionato ma non troppo allegro”. Non si discosta dalla prima per caratteristiche formali ma è ancora più ricca tematicamente, in un clima misterioso, che a tratti acquista colori epici di straordinaria potenza. La prima parte è costituita di quattro temi distinti, giustapposti l’uno all’altro con sottili legami fra di loro, nonostante una propria individualità: ampio e appassionato il primo, scattante il secondo, liricamente acceso il terzo, cupo e drammatico il quarto. La parte centrale, in uno sviluppo libero, è costruita con materiale ricavato dal primo e dal quarto tema. Lascia il posto alla ripresa in un crescendo che mette in evidenza soprattutto il quarto tema, con quell’ostinato movimento di terzine e l’incedere imperioso delle ottave nel basso, verso una conclusione di poche battute che riaffermano, su un movimento regolare, la tonalità di sol minore. Ed ecco il Felix Mendelssohn-Bartholdy  delle Variations sérieuses op.54 del 1842, variazioni non-brillanti come era d’uso, ma nel loro contenuto più che serie: ipocondriache, angosciate, tempestose, riflettenti un taedium vitae appena temperato da una variazione in modo maggiore. lo Studio n. 5 in sol bemolle maggiore è molto veloce, ma di carattere diverso tanto che Liszt nella sua seconda edizione del libro dedicato a Chopin lo cita come «fantasia burlesca scoppiettante di brio» e ancora «improvvisazione piccante». Senso del gioco, ironia, leggerezza dunque lo dominano: nelle brillanti figurazioni pensate per i tasti neri del pianoforte, negli agili accordi della mano sinistra, nella ricerca di una scorrevolezza leggera e naturale. Nel n. 8 in fa maggiore si torna invece alla tecnica dell’arpeggio (già affrontata nello Studio n. 1) con lo scopo di rendere il polso elastico e le dita agili su continui movimenti laterali della mano; questa volta l’arpeggio è uno scintillante baluginìo sonoro e si presenta arricchito dall’inserzione di note di passaggio. La raccolta si conclude con lo Studio n. 12 in do minore meglio noto come «La caduta di Varsavia», o anche, secondo gli appellativi coniati da Franz Liszt, «Studio della Rivoluzione» o «Il Rivoluzionario». Il biografo Karasowski narra che lo Studio nacque di getto, come segno di drammatica ribellione quando Chopin, trovatosi a Stoccarda, seppe della violenta presa della capitale polacca da parte delle truppe zariste nel settembre del 1831, e del conseguente fallimento dei moti nazionalistici in cui lui stesso aveva creduto e riposto speranze.

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