Il pendolo, l’assurdo del quotidiano

Scritto da , 17 Ottobre 2012
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Le stagioni che non sono più le stesse, la guida sconsiderata degli automobilisti, l’importanza della beneficienza, l’attenzione ai pregi della natura. Sono innumerevoli gli argomenti in grado di impegnare una coppia, purchè non si affronti la verità: quelle amarezze dure a morire e sempre pronte a ripresentarsi in un mare di parole inutili.
Applaudito a Sant’Apollonia nell’ambito della rassegna Out of Bounds che vede alleate l’Officina Teatrale L.A.A.V, la Bottega San Lazzaro e la Scuola Salernitana del Disegno e del Fumetto, “Il pendolo” di Aldo Nicolaj, diretto da Virginia Acqua, è un’opera limpida e tagliente sulla duplice solitudine che è il matrimonio.
Antonella Valitutti e Alessandro Budroni sono perfetti nel descrivere la parabola discendente di due personaggi che non avrebbero sfigurato dinanzi a Madame Bovary per la capacità di autoingannarsi,
Si innamorano infatti l’una dell’idea dell’altro e quando il peso della realtà li schiaccia, l’idillio è finito.
Nell’oscillare tra la tenerezza dei primi approcci e la rassicurante immagine della famiglia unita in cui si apre come uno squarcio il rimpianto di una felicità perduta, i protagonisti sono del tutto credibili e sanno orchestrare nel loro gioco di maschere tutti i toni dell’ironia e della disillusione.
La regista sceglie pochi accorgimenti per tratteggiare un’atmosfera: due cassapanche in cui recuperare gli abiti della giovinezza, lo scatolame passato da lei a lui per il picnic che ricorda il continuo snocciolare banalità, un contenitore da cui recuperare il telecomando, il viaggio in macchina ricreato con un volante e una cornice a fare da finestrino.
Ogni atteggiamento dei coniugi induce a comprendere come la loro sia una vita in scatola, dove la consapevolezza -che giunge, non a caso, al momento del concepimento del figlio- non apre nuove vie, ma amplia i confini di una faticosa prigionia. L’intero spettacolo è un flashback, contrappuntato da recriminazioni e nostalgie, di Mira e Rupeo che si presentano con le stesse vestaglie indossate all’inizio in una domenica qualunque, il giorno in cui è più facile inciampare in ricordi e ansie.
L’impostazione dello spettacolo rivela dunque di per sé una narrazione circolare in cui non si evade dal solco prefissato. In queste esistenze anestetizzate dal quieto vivere tutto si struttura un passo al di qua del comportamento esasperato. Eppure, quando restano entrambi a contemplare le infinite noiose domeniche che verranno, il senso del fallimento ha il peso di un macigno.

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