Il pastificio Amato, il bancomat personale di Paolo Del Mese… Le motivazioni della sentenza sul crac

Scritto da , 21 ottobre 2017

Pina FERRO

 

“L’onorevole Paolo Del Mese utilizzava il pastificio Amato come una sorte di “bancomat personale”, in assenza di qualsivoglia giustificazione, se non quella del tutto impropria di far valere la sua influenza politica”. E’ quanto si legge nelle motivazioni della sentenza relativa la processo sul crac Amato emessa nello scorso mese di Aprile. I motivi alla base della decisione dei collegio giudicante presieduto da Fabio Zunica, sono state depositate nei giorni scorsi. Il lungo iter processuale sul fallimento della “Amato Spa” e “Amato Re” ha portato a sette condanne e 21 assoluzioni. Tra le condanne più signifiative vi è sicuramente quella a carico dell’ex sottosegretario Paolo Del Mese, quattro anni, e di Antonio Anastasio a tre anni. Paolo Del mese, pur conoscendo la situazione di sofferenza del pastificio – scrivono i giudici – avrebbe intascato una ingente somma di denaro a titolo di “prestiti non onerosi”. Così come era emerso anche dal dibattimento, l’ex parlamentare, nel periodo compreso tra 20 gennaio 2009 e il 14 gennaio 2010 avrebbe intascato 888.000 euro, elargiti in più occasioni, ai quali bisogna aggiungere un’ulteriore somma di 150.000 euro corrisposti con due assegi “tratti sul conto corrente di Giuseppe amato junior, ma coperti con fondi provenienti dalla fallità società”. Fu lo stesso cavaliere Amato a chiarire, nel corso di un interrogatorio a fornire “una ben più attendibile chiave di lettura di queste consistenti corresponsioni”. A suo tempo il cavaliere Amato dichiarò agli inquirenti che la decisione di concedere somme a Del Mese furono assunte dal nipote Giuseppe, “il quale mi rappresentava la necessità di riconoscergli queste somme a titolo di “ricompensa” per le attività di vario genere che lo stesso svolgeva nell’interesse dell’azienda, soprattutto con gli istituti di credito. – si legge nella dichiarazione resa dal cavaliere – Ho sempre avuto la sensazione che tali somme, prive di qualsiasi motivazione commerciale, nonostante appostate in contabilità con causale “prestito oneroso”, non sarebbero mai state restituite da Paolo Del Mese. Le somme concesse a Del Mese possono rientrare in quelle spese che possono definirsi quali “costi della politica”. In virtù della mia figura su Salerno ho ritenuto di non potermi sottrarre alle richieste che mi venivamo da persone della politica. Ho sempre visto in Paolo Del Mese una persona di grande potere e ho sempre ritenuto di accondiscendere alle sue richieste di denaro”. L’elargizione di tali somme di denaro sono state viste per la Corte come un chiaro esempio di dissipazione. E, così come scrivomo i giudici, nel caso di specie, non è necessario accertare se Del Mese fosse o meno a conoscenza del dissesto finanziario, essendo già sufficiente, ai fini della configurabilità del concorso dell’imputato nel reato di bancarotta patrimoniale, la consapevolezza che l’operazione posta in piedi da Del Mese comportava un depauperamente del patrimonio sociale. Il ruolo di Antonio Anastasio viene definito:ausiliatore, in quanto avrebbe fornito a Del Mese lo schema per l’illecita riscossione di somme. La Amato spa hanno corrisposto assegni per un totale di 230.000 euro alla società Costruzioni Moderne diversificate amministrata da Antonio Anastasio. Esborsi che, stando a quanto riferito sia dal cavaliere Amato che da suo nipote, sono avvenuti senza alcuna giustificazione non essendovi alcun rapporto commerciale tra la Cmd e la società fallita. Ed è stato lo stesso Anastasio a confermare la natura fittizia del rapporto. Dei 230.000 euro ben 25.000 euro sono stati consegnati in contanti a Paolo Del Mese. Il rapporto tra Del Mese e Anastasio era di vecchia data e in qualche occasione, Anastasio aveva prestato dei soldi all’ex parlamentare anche per saldare dei debiti tra cui quelli contratti con il casinò di Montecarlo. Del Mese ad Anastasio illustrò il progetto di edificazione sui suoli del vecchio opificio degli Amato e o presentò agli Amato. Alla fine sull’area in questione si procedette solo alla bonifica. Intervento effettuati dalla ditta Troisi per una spesa di 13mila euro mai versata. “L’onorevole Paolo Del Mese utilizzava il pastificio Amato come una sorte di “bancomat personale”, in assenza di qualsivoglia giustificazione, se non quella del tutto impropria di far valere la sua influenza politica”. E’ quanto si legge nelle motivazioni della sentenza relativa la processo sul crac Amato emessa nello scorso mese di Aprile. I motivi alla base della decisione dei collegio giudicante presieduto da Fabio Zunica, sono state depositate nei giorni scorsi. Il lungo iter processuale sul fallimento della “Amato Spa” e “Amato Re” ha portato a sette condanne e 21 assoluzioni. Tra le condanne più signifiative vi è sicuramente quella a carico dell’ex sottosegretario Paolo Del Mese, quattro anni, e di Antonio Anastasio a tre anni. Paolo Del mese, pur conoscendo la situazione di sofferenza del pastificio – scrivono i giudici – avrebbe intascato una ingente somma di denaro a titolo di “prestiti non onerosi”. Così come era emerso anche dal dibattimento, l’ex parlamentare, nel periodo compreso tra 20 gennaio 2009 e il 14 gennaio 2010 avrebbe intascato 888.000 euro, elargiti in più occasioni, ai quali bisogna aggiungere un’ulteriore somma di 150.000 euro corrisposti con due assegi “tratti sul conto corrente di Giuseppe amato junior, ma coperti con fondi provenienti dalla fallità società”. Fu lo stesso cavaliere Amato a chiarire, nel corso di un interrogatorio a fornire “una ben più attendibile chiave di lettura di queste consistenti corresponsioni”. A suo tempo il cavaliere Amato dichiarò agli inquirenti che la decisione di concedere somme a Del Mese furono assunte dal nipote Giuseppe, “il quale mi rappresentava la necessità di riconoscergli queste somme a titolo di “ricompensa” per le attività di vario genere che lo stesso svolgeva nell’interesse dell’azienda, soprattutto con gli istituti di credito. – si legge nella dichiarazione resa dal cavaliere – Ho sempre avuto la sensazione che tali somme, prive di qualsiasi motivazione commerciale, nonostante appostate in contabilità con causale “prestito oneroso”, non sarebbero mai state restituite da Paolo Del Mese. Le somme concesse a Del Mese possono rientrare in quelle spese che possono definirsi quali “costi della politica”. In virtù della mia figura su Salerno ho ritenuto di non potermi sottrarre alle richieste che mi venivamo da persone della politica. Ho sempre visto in Paolo Del Mese una persona di grande potere e ho sempre ritenuto di accondiscendere alle sue richieste di denaro”. L’elargizione di tali somme di denaro sono state viste per la Corte come un chiaro esempio di dissipazione. E, così come scrivomo i giudici, nel caso di specie, non è necessario accertare se Del Mese fosse o meno a conoscenza del dissesto finanziario, essendo già sufficiente, ai fini della configurabilità del concorso dell’imputato nel reato di bancarotta patrimoniale, la consapevolezza che l’operazione posta in piedi da Del Mese comportava un depauperamente del patrimonio sociale. Il ruolo di Antonio Anastasio viene definito:ausiliatore, in quanto avrebbe fornito a Del Mese lo schema per l’illecita riscossione di somme. La Amato spa hanno corrisposto assegni per un totale di 230.000 euro alla società Costruzioni Moderne diversificate amministrata da Antonio Anastasio. Esborsi che, stando a quanto riferito sia dal cavaliere Amato che da suo nipote, sono avvenuti senza alcuna giustificazione non essendovi alcun rapporto commerciale tra la Cmd e la società fallita. Ed è stato lo stesso Anastasio a confermare la natura fittizia del rapporto. Dei 230.000 euro ben 25.000 euro sono stati consegnati in contanti a Paolo Del Mese. Il rapporto tra Del Mese e Anastasio era di vecchia data e in qualche occasione, Anastasio aveva prestato dei soldi all’ex parlamentare anche per saldare dei debiti tra cui quelli contratti con il casinò di Montecarlo. Del Mese ad Anastasio illustrò il progetto di edificazione sui suoli del vecchio opificio degli Amato e o presentò agli Amato. Alla fine sull’area in questione si procedette solo alla bonifica. Intervento effettuati dalla ditta Troisi per una spesa di 13mila euro mai versata.

 

Una inadeguata governance tra le cause del fallimento dell’opificio

“Inadeguatezza della governance”. Questa la causa principale alla base del fallimento sia dell’Amato spa che della Amato Re. A scriverlo sono i giudici del tribunale di Salerno nelle motivazioni della sentenza sul crac Amato. La famiglia Amato secondo il collegio giudicante non ha costituito un punto di forza, ma al contrario ha rappresentato un elemento di debolezza. Le divisioni interne dei singoli componenti la famiglia Amato e l’assenza di un dialogo generazionale hanno, infatti, accentuato le difficoltà gestionali. Mentre il cavaliere era recalcitrante a cedere il passo, il figlio ed il nipote non erano dotati di un completo potere decisionale e in più spesso si trovavano su posizioni contrapposte, così negli anni più delicati, si è configurata una gestione tripartita che ha creato le premesse per una progressiva e inesorabile caduta economica. I giudici sottolineano anche, tra le altre cose, nel primo decennio degli anni 2000, una evidente incoerenza tra reale situazione economica della società e rappresentazione esterna della stessa. “La distonia tra situazione reale e situazione apparente dell’azienda trovava una importante copertura nell’alterazione dei bilanci. Infatti,… nel bilancio chiuso il 31 dicembre 2006, per effetto dell’alterazione del valore della produzione, dei costi di produzione, dell’errata capitalizzazione delle spese di pubblicità e dell’errata valutazione delle rimanenze, indicava un risultato economico dell’esercizio pari a 2.527.893 euro di utile a fronte di un risultato reale recante una perdita pari a 111.401 euro”.

 

Non sapevano la reale situazione

I consulenti Siciliotti e d’Imperio non avevano la possibilità du verificare le reali condizioni finanziarie e patrimoniali della Amato Spa “società che per quanto i due consulenti avevano potuto verificare non si trovava in uno stato di crisi irreversibile, ma aveva la possibilità di risanare i propri conti e porsi nuovamente in una posizione di leader nel mercato della pasta, qualora si fosse messo in atto un serio e mirato piano di riorganizzazione aziendale”. Anzi, i consulenti avevano in più occasioni lanciato l’allarme che era sempre rimasto inascoltato dagli amministratori, i quali, “evidentemente avevano altri scopi e priorità”. I consulenti hanno sempre avuto la convinzione di trovarsi di fronte ad una realtà produttiva che stava attraversando un transitorio periodo di crisi, almeno questo erano gli elementi che avevano tra le mani. Nel corso del tempo la Amato aveva avuto diverse offerte ed un finanziamento dal Monte dei Paschi di Siena. Elementi che facevano presupporre ad una ripresa. Ed è per tali motivi che l’operazione della Amato Re non veniva vista come improduttiva. Anzi avrebbe portato liquidità alla Amato spa. I consulenti avevano condiviso la bontà del progetto immobiliare intrapreso dagli Amato, in quanto supportata da un progetto redatto da un architetto di fama internazionale.

Consiglia