Il Novecento secondo Vanessa Benelli Mosell

Scritto da , 20 maggio 2018
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Secondo appuntamento della stagione concertistica del Teatro Verdi, oggi in pomeridiana, alle ore 18, con la bellissima pianista di Prato

Di OLGA CHIEFFI

 Salerno festeggia San Bernardino da Siena in musica. Dopo il matinée alla Sala Pasolini con l’AperiMozart, questa sera alle ore 18, la bellissima pianista toscana Vanessa Benelli Mosell, sarà assoluta protagonista del secondo appuntamento della stagione concertistica del Teatro Verdi. La pianista attraverserà l’intero Novecento musicale, principiando il suo récital con i giovanili Tre pezzi op. 2 di Alexander Scriabin, in cui è già evidente l’estraneità del compositore russo alle istanze della musica nazionale, mentre si manifesta l’intenzione di raccogliere il testimone del linguaggio pianistico romantico, esasperandone tensioni armoniche e raffinatezze timbriche. A soli sedici anni Scriabin inizia a scrivere preludi, sull’esempio chopiniano, con l’idea di completarne due serie da 24 ciascuna. Vi lavorò per nove anni (dal 1888 al 1896) ma non riuscì mai a completare il ciclo completo che è dunque arrivato fino a noi con una sola serie completa (l’op. 11), che ascolteremo stasera più qualche spezzone isolato di una seconda rimasta incompiuta. Anche se non si avvicinano allo status di capolavoro assoluto raggiunto dai Preludi op. 28 di Chopin, quelli di Skrjabin non solo sono la sua opera giovanile più significativa in assoluto, ma evidenziano dei tratti stilistici originali molto interessanti ed innovativi nel linguaggio musicale di tutti i tempi: nel trattamento del ritmo, nell’armonia, nell’uso del pedale e nella scrittura per la mano sinistra. A seguire dalle Miniature Estrose di Marco Stroppa, “Birichino”. Il termine miniatura non designa tanto un brano breve, quanto un’opera minuziosamente elaborata, come l’iniziale miniata che ornava i codici medioevali o alcune miniature indiane. Estrosa è invece una parola che evoca una serie variegata di sfumature: fantasia, intuizione creatrice, ispirazione e genialità, ma anche stravaganza e stramberia. All’inizio di ogni miniatura una certa quantità di tasti viene premuta silenziosamente e tenuta dal pedale tonale, mantenendo gli smorzatori alzati fino al termine. Grazie all’interazione fra le note suonate e le molteplici risonanze provenienti dalle corde prese dal pedale, l’equilibrio sonoro del pianoforte è trasformato a tal punto che il pianista si trova di fronte a uno strumento metamorfosato che Marco Stroppa definisce pianoforte d’amore, in omaggio alla viola d’amore caratterizzata da una seconda serie di corde destinate esclusivamente alla risonanza. Ringraziamo quindi, la Vanessa Benelli Mosell, per aver inserito in questo programma due pezzi che perfettamente illustrano i primi passi di un autore che comunque ha contribuito a indirizzare la storia della musica nel Novecento. I suoi undici Klavierstücke, composti fra 1952 e 1956, con parziali revisioni nel 1961, ci rimandano all’immagine che di Stockhausen ci è più familiare: il più giovane fra gli iconoclasti della nuova avanguardia post-weberniana degli anni Cinquanta, il più provocatorio e determinato, ferrato nella tecnica, assertivo nella dialettica, presente in ogni area della sperimentazione, pioniere dell’elettroacustica e chi più ne ha più ne metta. Credeva profondamente nella struttura e nella musica assoluta, nel valore individuale del timbro e nella necessità di regolare tutto. Nascono in questa logica di ricomposizione dei materiali musicali sulle ceneri del passato appunto i Klavierstücke, così intitolati proprio per segnalare il dialogo/contrasto con un genere cardinale nella letteratura pianistica tedesca. Sono pezzi con durate e strutture variabili, comunque contraddittorie anche se ovviamente connesse. Ne ascolteremo due fra i più rappresentativi, oltre che famosi. In Klavierstück VII (1954) si noti l’attenzione con cui sono disposti i singoli punti sonori nel firmamento timbrico del pianoforte, e come le apparenti distanze sia tuttavia capaci di generare risonanze e simpatie di vibrazioni, unitamente all’ VIII ove l’attenzione è portata verso la percezione allo scopo di riscoprire il piacere sensuale del suono del pianoforte.  Finale con Sergej Rachmaninov e le Variazioni op. 42 composte in Svizzera nell’estate del 1931. Il tema prescelto è quello famoso utilizzato da Arcangelo Corelli nel finale dell’ultima Sonata dell’opera quinta per violino e basso continuo. Tema di origine popolare già noto fin dagli inizi del Cinquecento e di probabile provenienza portoghese (“Folia” equivale a idea fissa) era stato già sfruttato oltre che nella celebre Sonata corelliana da Scarlatti, Bach, Cherubini, Grétry e Liszt. Alla esposizione iniziale del tema nella sua semplice e severa linea accordale Rachmaninov fa seguire venti variazioni più una breve coda che ripresenta l’idea di partenza. L’eccezionalità di quest’opera atipica rispetto alle coordinate consuete del pianismo di Rachmaninov risiede in un accentuato interesse armonico che a tratti sconfina oltre le frontiere tranquille della tonalità tradizionale e che per certi aspetti, assolutamente inediti nello stile del suo autore, richiama la seriosità concettosa di un Reger.

 

 

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