Il nostro mondo racchiuso nella “Homicide House”

Scritto da , 13 marzo 2016
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Continua il successo di critica e pubblico per la stagione Mutaverso promossa da Vincenzo Albano ed ErreTeatro che ha ospitato la compagnia Mamimò

 

Di GEMMA CRISCUOLI

Debiti a non finire, una moglie che ha fin troppo a cuore le proprie esigenze, uno strozzino che ha una precisa filosofia di vita (“la libertà è una pistola in gola”). E una scelta impensabile diventa di colpo la migliore. La stagione teatrale Mutaverso diretta da Vincenzo Albano registra il suo terzo successo al Centro Sociale di Salerno con “Homicide House” di Emanuele Aldrovandi. Per evitare la vendetta dell’uomo che lo tiene in scacco (Luca Cattani, scaltro e affascinante demiurgo) il protagonista (Marco Maccieri, che è anche regista e orchestra con cura la tensione della messinscena) accetta la sua proposta: essere vittima di ricchi carnefici in una casa in cui sfogare tutte le tendenze distruttive. Le torture e la morte saranno ben pagate, ma la donna intenzionata a infilargli un punteruolo nell’occhio (Valeria Perdonò, che gioca sapientemente col ruolo di dark lady) è ossessionata dal bisogno di verità e vuole conoscere tutto quello che si cela nel suo “giocattolo”. Con feroce ironia, i personaggi dunque sono messi a nudo nelle loro motivazioni, diverse facce della stessa nevrosi: quella di avere in pugno gli altri, che si tratti della passione dello strozzino per l’aguzzina o dell’amore di quest’ultima per il suo ostaggio. Tutto è però strutturato in modo che non si dimentichi mai che si sta assistendo a una messinscena. Le figure sul palco si rivolgono talvolta al pubblico e il loro ingresso è segnato da un aspro rumore metallico, come se si aprisse una porta; il cappio in cui l’imprenditore fallito è invitato a infilare la testa appare da una sedia della sua casa sospesa a un cavo, perché è in quello che si crede stabile e statico (la famiglia, appunto) che si aprono le crepe più vistose della rovina. Il tavolo diviene podio da cui pontificano, come su un palco, l’usuraio o la moglie (l’attenta Cecilia di Donato, che come ogni borghese vuole distinguersi a tutti i costi e nella sua ostinazione non è meno inquietante di chi guadagna sulla pelle altrui). L’intento del regista è chiaro. Nella sua dinamica tra oppressi e oppressori, il mondo intero è una Homicide House. Ciò che sembra inconcepibile è a un passo da noi, abita nella nostra mente. E quando il marito resta solo, circondato da cadaveri, si volge alla platea. In quello sguardo ci sta ricordando che gli occhi assetati di orrore sono comunque i nostri e che in questo gigantesco spettacolo basta poco a diventare sinistri primi attori.

 

 

 

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