Il Ministero scarica i lavoratori Alcatel

Scritto da , 28 Marzo 2015
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di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. Vertenza Alcatel-Lucent: ora il MiSE si tira indietro.

Avrebbero dovuto prendere il treno e andare a Roma, e invece, all’improvviso, Nicola Rosamilia (Fim Cisl) e Francesco De Rosa (Fiom Cgil), RSU delle maestranze battipagliesi Alcatel, ieri mattina si son ritrovati costretti a venir giù dal letto alle 4 del mattino per poter prendere l’aereo e recarsi a Milano, a via Pantano, all’interno del palazzone di Assolombarda.

Giampiero Castano, funzionario del Ministero dello Sviluppo Economico, nome sempre più noto dalle parti della città del Tusciano – segue anche la vertenza Btp Tecno – , aveva convocato i delegati sindacali per il 27, a Roma, per discutere delle condizioni contrattuali relative alla cessione del ramo d’azienda di Alcatel Lucent alla capitolina Sesa Nv.

Eppure, dalle parti del Mise hanno preferito annullare l’incontro, giustificandosi dietro un “non c’è alcuna possibilità di incontrarci nella data inizialmente prefissata”, pur senza stabilire un altro appuntamento.

All’incontro, che s’è protratto quasi fino alle 19, oltre a Rosamilia e De Rosa, hanno preso parte Fausto Panizzi(Assolombarda), i coordinatori nazionali Fim Cisl, Giuseppe Ricci, e Fiom Cgil, Roberta Turi, e, naturalmente, i responsabili human resources di Alcatel-Lucent, Patrizia Radice, Giorgio Chiovini e Angelo Perucconi, e di Sesa Nv, e di Sesa Nv, nella persona del dottor Bodola.

In accordo con lo Shift Plan, il piano triennale di A-Lu che che, tra il 2013 e il 2015, prevede la fuoriuscita di 586 dipendenti in tutta Italia e la chiusura di tutti gli stabilimenti periferici – in Italia resteranno soltanto gli uffici tecnici di Roma e Vimercate e la fabbrica di Trieste –, da mercoledì prossimo ventinove maestranze Alcatel indosseranno la casacca della Sesa: si tratta di diciotto lavoratori battipagliesi, due di Vimercate e nove operai del sito di Roma.

L’ipotesi di accordo c’è, ma è lontana da quella desiderata dalle organizzazioni sindacali, che

chiedevamo maggiori garanzie, ulteriori indennità economiche su degli istituti personali – il passaggio dal contratto metalmeccanico a quello commerciale, infatti, comporta degli svantaggi in termini di ferie et similia – in termini di contratti e una mole di attività più corposa. L’adeguamento, invece, è minimo.

D’altronde, Rosamilia e De Rosa avrebbero desiderato maggiori percentuali sul lavoro:  Alcatel, infatti, ha chiarito che l’accordo commerciale con Sesa prevede una durata di tre anni, con carico di lavoro che, partendo da un primo anno al 100%, si riduce via via al 70% al secondo anno e al 40% al terzo. Il timore delle maestranze, infatti, è di far la fine dei tre ex-Alcatel di Battipaglia che nel 2013 passarono a Sesa e che, dopo poco più di un anno, si ritrovarono in cassa integrazione.

Eppure, nel momento in cui Alcatel – che, tra l’altro, ieri, grazie al MiSe, che ha ben pensato di venir meno, s’è ritrovata a giocare in casa – ha minacciato di chiudere il tavolo, le RSU hanno deciso di ridimensionare le pretese, pur riuscendo a portare a casa qualche importante punticino: la multinazionale, infatti, ha dichiarato di impegnarsi (verbo, però, che è ben diverso dal più rassicurante “garantire”) in tutti i modi a cercare di colmare il delta che di anno in anno verrà meno dalle attività in seno a Sesa, e, qualora non dovesse riuscire nell’impresa di colmare il gap, di convocare comunque le organizzazioni sindacali a un tavolo per trovare insieme delle soluzioni. Un altro risultato tutt’altro che trascurabile sta in un’ulteriore dichiarazione di Alcatel: se, infatti, tra le braccia della multinazionale dovessero arrivare nuove produzioni, Sesa sarebbe considerata come una sorta di fornitore privilegiato.

«C’è amarezza – ha dichiarato Rosamilia ai nostri taccuini – perché è un pezzo della tua vita che dopo venticinque anni va via, costringendoti ad abbandonare un colosso per passare ad un’azienda medio-piccola proprio quando sembra che, di qui a poco, l’economia potrebbe riprendersi».

Lunedì, ad ogni modo, i 18 lavoratori in questione dovrebbero ricevere le raccomandate per la cessione del ramo d’azienda: saranno comunque convocati in assemblea per decidere se firmare o meno il contratto stabilito attorno al tavolo, ma è chiaro che non sottoscrivere le piccole conquiste ottenute equivarrebbe a un suicidio. Come quello che, da qualche anno a questa parte, il polo tecnologico battipagliese, fiore all’occhiello dell’intero meridione, ha deciso sciaguratamente di perpetrare ai danni delle povere famiglie della città.

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