Il Midrash di Uri Caine incontra i fratelli ebrei George &Ira Gershwin

Scritto da , 25 luglio 2015

 

Questa sera il pianista proporrà al Ravello festival la sua riflessione sull’opera gershwiniana e una interpretazione particolare della Rhapsody in blue

 

 

 

Di OLGA CHIEFFI

Pianista e compositore, Uri Caine, nel corso degli ultimi vent’anni è stato in grado di conciliare il talento adamantino con una flessibile visione creativa, riuscendo spesso a fornire a molta grande produzione classica una nuova e rivelatrice luminosità, ma anche dimostrando di essere in grado di cogliere una vena umoristica inesplorata dal filone jazzistico. Era accaduto con Wagner, Bach (Variazioni Goldberg), Mozart, Schumann, Beethoven e Mahler. Per ciascuna di queste esperienze, Caine ha lavorato di cesello con grande rispetto per centrare il suo principale obiettivo che è, nel contempo, semplice ed estremamente complesso: disvelare l’essenza di quella musica. Questa sera, alle ore 21,45, Uri Caine ritornerà sul palcoscenico del Ravello Festival per un omaggio a George Gershwin materiale incandescente su cui ha svolto un lavoro di grande ricerca e contaminazione. La conferma, lampante, verrà il dopo il caos controllato prodotto ad inizio concerto dai musicisti. Il trillo e poi un singulto che frammenta il celebre glissando del clarinetto di Chris Speed annuncia una “Rhapsody in blue” distante da tutte le precedenti: la stessa strepitosa formazione chiamata in causa è una chiara cesura rispetto alle big band o alle grandi orchestre del passato. Cinque soli elementi, con Barbara Walker vocals e Theo Bleckmann vocals; Ralph Alessi alla tromba; Joyce Hammann al violino; Chris Speed al sax tenore e clarinetto; Mark Helias al basso e Jim Black alla batteria ed electronics, coadiuvano Caine al piano svariando tra sonorità latine, una fortissima influenza klezmer e richiami di avanspettacolo. E tutto questo si avverte in una versione originalissima della Rapsodia che venne notoriamente concepita da Gershwin come un affresco del melting pot della complessa realtà metropolitana americana. L’intento è quello di approfondire le radici ebraiche dell’autore, ma soprattutto abbattere una resistenza culturale: improvvisare sulla musica classica. La “Raphsody” è il trampolino ideale, uno spartiacque tra il jazz e la musica colta: innesta infatti in elementi classici arrangiamenti blues e jazz. E’ questa una pagina straordinariamente popolare in cui Gershwin impiega uno stile nel quale rientrano spesso formule melodiche tipiche della tradizione folk nord-americana, che è un autentico crogiuolo di culture.  Una perfetta sintesi delle intenzioni, dei concetti e dei sentimenti che stanno all’ origine della composizione è stata suggerita dallo stesso autore: «Non trovai nuovi temi ma elaborai il materiale tematico già esistente nella mia mente e tentai di concepire una composizione integrale. L’ho costruita come una specie di caleidoscopio musicale dell’ America, col nostro miscuglio di razze, il nostro incomparabile brio, i nostri blues, la nostra pazzia metropolitana”. Seguirà un piccolo saggio del famoso song-book, di George Gershwin, una interessantissima summa dell’ universo esecutivo ed improvvisativo del compositore, con But not for me, Let’s call the whole thing off, J got rhythm, j’ve got a crush on you e Slap that bass, in una visione particolare e fantasiosa.

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