“Il malato immaginario“, ironico omaggio a Molière

Scritto da , 7 Dicembre 2021
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di Gemma Criscuoli

Luce nel buio, pozzo di scienza, campione di lungimiranza : impossibile non inchinarsi dinanzi a un medico, soprattutto se conta soltanto il vuoto prestigio dell’autorità. In programma al Piccolo Teatro del Giullare, “Il malato immaginario“ di Molière, riscritto, diretto e interpretato da Rodolfo Fornario, conta su un cast affiatato che impegna il massimo delle proprie energie: Roberto de Angelis (un Argante credibile e coinvolgente), Daria Santese, Valeria Pierro, Daniele Alfieri, Giusy Esposito, Rosaria La Femina, Melina Tagliamonte, Antonella Quaranta, Vanni Avallone, Danilo Napoli, Aldo Flauto. Tra incursioni nel dialetto napoletano e buffi momenti di fermo-immagine quando compaiono le figure in scena (è la società il palcoscenico su cui, volenti o nolenti, recitiamo tutti una parte), l’allestimento mescola convenzioni di epoche differenti per ribadire quanto facilmente il copione delle asimmetrie sociali si ripeta. Le serve oppongono al padrone dispotico la tessera del sindacato e sono tacciate di bolscevismo, perché nulla è intollerabile quanto trovare freni al desiderio di comandare. Gli inutili e tediosi lavori del futuro genero di Argante sono trasportati in un trolley, dato che la cultura non è davvero considerata tale, ma rappresenta un’ingombrante zavorra da ostentare nei modi più inopportuni. La sarta trasformista, pronta a scoraggiare il protagonista dall’ossequiare assurdamente i medici, ha un passato alquanto turbolento di donna facile in una sarcastica coerenza : prendere le misure per rivestire i corpi a loro piacimento non è poi tanto distante dal dedicare a quegli stessi corpi un’attenzione lussuriosa. La moglie del “malato”, che ha sposato la ricchezza e non certo chi la possiede, è un monumento alla falsità : quando si relaziona con Argante, ha pose artificiose e ricorda nell’abbigliamento la seduttrice della nota pellicola “Angelo azzurro”, ma anche la mistificatrice nell’allestimento che, nel 2011, Gabriele Lavia ha dedicato al capolavoro francese. La sconfinata ammirazione che l’ipocondriaco nutre per i luminari della medicina, che sono ben distanti dalla credibilità loro attribuita, è un abbaglio in cui qualsiasi individuo dei nostri tempi potrebbe riconoscersi. Attribuire a chi ha un ruolo sociale di primo piano il potere di condizionare un’esistenza è scelta che non comporta alcuna fatica : che siano malanni fantasiosi o reale possibilità d’azione, affidarsi completamente a qualcuno deresponsabilizza, culla nell’inazione, rende schiavi. È di questo che la società di ogni tempo avrà sempre bisogno : soggetti manipolabili per celebrare, una volta di più, l’infinita distanza tra chi è solo un numero e chi vuol contare forte solo del proprio ego.

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