Il Giovedì Santo dei Salernitani

Scritto da , 19 Aprile 2019
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di Olga Chieffi

La visita ai Sepolcri del Giovedì Santo è una tradizione cara ai salernitani. Sull’imbrunire, le famiglie unite escono di casa per questa lunga passeggiata nel nostro centro storico, una riconciliazione, con i tempi, i luoghi, i profumi di una città fatta a misura d’uomo. Altissimo è il significato cristiano di questo giorno, che in qualche momento sfugge a causa dei negozi aperti, del profumo di primavera, del voler forse già guardare oltre all’oscuro e dolente Venerdì santo. Tre, cinque, sette, i numeri dei sepolcri da omaggiare, sempre in numero dispari. Personalmente mi è caro il numero sette, le sette madonne della Salerno longobarda, sette le spade dell’Addolorata. Ma basterebbe ricordare che, come raccontato nella Bibbia, Dio impiegò sette giorni per realizzare la Sua Creazione e che sette sono i giorni della settimana che lo ricordano all’Uomo, che sette sono le note musicali che producono l’Armonia, una parola di sette lettere, per intuire il carattere esoterico di questo numero. Il percorso in genere parte dalla parrocchia d’appartenenza, per poi andare in pellegrinaggio nelle diverse chiese, altari addobbati con fiori banchi e verde pastello, simbolo di rinascita, interamente dedicati alla ricerca della Luce, le reti, a perpetuo ricordo di un Gesù Pescatore di anime, la grande speranza della Chiesa. Bisognerà gettare le reti in pieno mare, quandomeno si ha fiducia di raccogliere, con grande abbandono in Gesù, ed allora la rete si colmerà e la Chiesa si rivelerà nel suo vero trionfo, che è amore. Chiese molto accorsate San Pietro in Camerellis, una parrocchia molto unita che si è stretta con letture e canti intorno all’altare fino a tarda notte e l’Annunziata la chiesa “nobile” cara ai Salernitani. Oggi, il Venerdì trascorrerà sui ritmi lenti e sforzati dei riti della via Crucis, della adorazione della Croce e delle Tenebrae, sono gli uffici degli ultimi tre giorni della Settimana Santa. Le candele spente rappresentano l’amore verso il Redentore, amore terreno che si fa sopraffare dalla paura, dal dolore, dalla cupidigia, dalle debolezze umane: «È l’ora delle tenebre», ma dietro l’altare la luce è eterna. Ieri sera non solo preghiera, ma anche musica, con lo Stabat Mater di Giovan Battista Pergolesi tra le antiche pietre di Santa Maria De’Lama. Il Conservatorio “G.Martucci” di Salerno ha messo in scena il capolavoro del compositore jesino, affidandolo alle voci di Irma Tortora e Clarissa Piazzolla sostenute dall’Ensemble Artemus diretto da Alfonso Todisco. Una Madonna speciale, Irma Tortora docente di canto dell’istituzione, si è posta sulle tracce di Irene Papas, la madonna dello storico Stabat di Roberto De Simone, attorniata da Valeria Feola, Carla Genovese e Giulia Moscato, per la regia di Enzo Di Matteo. In quest’opera, tutto sorregge il canto ed è funzionale al risplendere delle due voci femminili, e già dall’introduzione si delinea un clima commovente e malinconico, la musica prende vita forma e ha il compito di far percepire la terra, il terreno, come un principio di assorbimento e, insieme di nascita: abbassando, si seppellisce e si semina, e, nel medesimo tempo, si dà la morte per, poi, ridare nuova luce, nuova vita. Chiudiamo il nostropercorso come da tradizione nell’antica Dolceria Pantaleone. La tradizione è quella del “veccillo”, un tortano di pasta brioche (unici due giorni dell’anno per assaggiare una brioche unica), profumatissimo, naturalmente con inserti di uova e granella di zucchero, da bissare il Sabato Santo. E’ questo il dolce per provare il forno prima di porre in cottura le celeberrime pastiere, che scioglieranno le campane della Risurrezione, unitamente alla speranza e all’incalzante Primavera.

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