Il gioco dell’oca sul centro Ises di Eboli

Scritto da , 21 Agosto 2015
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di Peppe Rinaldi Su tutti i mezzi di informazione, compreso questo che state ora leggendo, nei giorni scorsi sono circolate notizie sulla possibilità del centro “Ises” di Eboli di conseguire in extremis l’accreditamento presso il servizio sanitario grazie alla delocalizzazione in un’area concessa dal comune. Parliamo dell’ex ortopedia nel rione Pescara. Si è anche tenuto un vertice in prefettura, con al tavolo i rituali interlocutori di questi passaggi formali: per conto dell’Asl, il dottor Capone, presidente del Nucleo di valutazione per gli accreditamenti delle strutture di settore, il sindaco di Eboli, Massimo Cariello, il presidente del Consiglio comunale, Fausto Vecchio, i sindacati e la dirigenza del centro di riabilitazione. Per completezza di informazione, va precisato che il dottor Capone è la stessa persona che diversi mesi fa, prima che la situazione arrivasse al punto di non ritorno, riuscì nella titanica impresa di giudicare il centro Ises conforme alla legge. Ne venne fuori una stravagante delibera favorevole all’accreditamento del piccolo lager di Piazza Pendino: poi Cronache, giornale di prezzolati al servizio delle forze oscure della reazione (del progresso?) pubblica la notizia dell’imprudente delibera e succede il patatrac. L’Asl annulla tutto, buttandola sul sempreverde «errore informatico». Ci credettero tutti. Dalla lettura dei resoconti, sostanzialmente univoci, e dalle note ufficiali sembra di capire che l’accreditamento della struttura sarebbe un obiettivo raggiungibile. Il sindaco ha parlato di «ottimismo», seppur «pacato». E’ così? Siamo vicini alla soluzione? Possono sperare le famiglie dei pazienti e dei lavoratori? Sembrerebbe di no, mentre all’orizzonte si profila il rischio per la nuova amministrazione di caricarsi il peso di un gigantesco scandalo nel quale non ha responsabilità: basta continuare ancora qualche mese a tenere aperto il dibattito in certi termini e Cariello diverrà colpevole di tutto, per giunta senza progredire di un millimetro nella soluzione del guaio. C’è un solo antidoto: la verità. Che potrebbe essere questa: è troppo tardi, non c’è possibilità di recuperare alcunché, andava fatto tutto quando ancora era in ballo il completamento delle procedure ufficiali per l’accreditamento, si deve fare tutto daccapo, con altri figure giuridiche, sempre che ve ne siano le condizioni. A meno che il governatore De Luca costringa il Consiglio regionale a fare una legge solo per l’Ises, il che appare -diciamo- improbabile. Insomma, ne passano anni come intuirebbe chiunque. Certo, si può dire qualsiasi cosa alle famiglie dei pazienti, ai pazienti stessi e ai lavoratori: in fondo non dovrebbe loro difettare una certa abitudine a sentirne di ogni tipo. La macchina del fango di Cronache, intanto, suggerisce un’occhiata alla legge regionale n. 23 del 14 dicembre 2011, pubblicata sul Burc n. 78 del 19 dicembre 2011: potrebbe tornare utile a tutti. Ristabilire la verità, per quanto possibile, implica delineare il quadro delle responsabilità, genericamente personali e politicamente individuate nelle ultime amministrazioni così dette di sinistra. Senza di esso nessuno capisce di cosa si stia parlando e si crea l’habitat ideale per chi abbia interesse a coprire questa enorme truffa perpetrata ai danni del servizio sanitario. Cioè di tutti. Ma su questo perfino i Cinque Stelle locali hanno perso la parola. Finché si è potuto si è lasciato che l’attività proseguisse illegalmente, mentre al negozietto di frutta o all’officina meccanica con la mattonelle sporca, autorizzazioni negate, multe e verbali a volontà. Evitando gli oneri (a volte odiosi ma finché ci sono valgono per tutti) dell’adeguamento strutturale si consentiva all’Ises di erogare prestazioni con costi ridotti (rimborsati con tariffe piene ) e, quindi, si garantivano guadagni per gli amministratori e lavoro per una pianta organica (composta in gran parte da familiari e amici di politici e dirigenti sanitari e della pubblica amministrazione compiacenti) non conforme alla normativa. Tutto questo ha determinato il permanere della carenza dei requisiti per l’accreditamento, l’Asl di fronte all’evidenza non ha potuto esimersi dal deliberare un diniego e di conseguenza la Regione Campania non ha inserito il centro tra quelli accreditati. L’Ises ha presentato ricorso e, alla fine della querelle giudiziaria, il Tar non ha potuto che avallare l’evidenza: è fuori legge. Punto e a capo. Gli estremi per procedere contro chi ha permesso l’esercizio di una struttura sanitaria fuori legge da circa 4 milioni annui per prestazioni che non avrebbero potuto mai essere erogate. Chi ha consentito tutto ciò è al tempo stesso responsabile del triste epilogo dell’Ises. Legittimando il mancato adeguamento ai requisiti strutturali, ha di fatto congelato la situazione al punto che il personale ispettivo dell’Asl non ha potuto più continuare a fare quello che ha fatto per anni, certificare il falso. In cambio di cosa è lecito supporlo. I dirigenti dell’Ises pretendevano di avere i requisiti dell’accreditamento in quel posto, l’ex sindaco Melchionda, pur consapevole e all’origine del problema, lasciava correre, l’Asl chiudeva duemila occhi. Questo lo schema semplificato. Risultato? La bancarotta generale. Non era meglio «costringere il centro» ad adeguarsi in tempo utile ai requisiti? Mistero. E ora? Errare è umano, perseverare…

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