Il genio inquieto di Robert Schumann

Scritto da , 1 giugno 2016

Questa sera, verrà inaugurata nella Chiesa di Santa Apollonia alle ore 20, la III edizione del Festival di Musica da Camera, promosso dal Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci” e dalla Bottega San Lazzaro

Di Antonio Sansone

Oggi, alle ore 20, verrà inaugurata la III edizione del Festival di Musica da Camera Sant’Apollonia. Un evento, nato dalla sinergia del Conservatorio di Musica “G.Martucci” di Salerno, con un progetto del Dipartimento di Musica d’Insieme, presieduto da Francesca Taviani, da un’idea di Anna Bellagamba e unitamente al professore Giuseppe Natella e della sua Bottega San Lazzaro che offrì di organizzare la rassegna. La serata inaugurale si aprirà, infatti, con un omaggio all’indimenticato Peppe Natella, in un ideale passaggio di consegne alla figlia Chiara la quale, sulle tracce profonde del padre, continuerà ad ospitare i concerti nella cornice della Chiesa di Santa Apollonia. Questa prima serata sarà dedicata interamente a Robert Schumann. S’inizierà con un florilegio di Lieder proposti dai soprani Friederike Kuhl e Valentina Ginestous con Laura Cozzolino al pianoforte. Landliches Lied op.29 n°1, un vero racconto interamente in plein air, ricco di colore, di effetti plastici, di immagini evocative, uno Schumann che, per una volta, ha messo a tacere non solo Florestano ed Eusebio, ma anche la classica compostezza di Maestro Raro, per comporre musica timbricamente nuova ed emotivamente disimpegnata. Seguiranno il Mailied e Das Gluck dall’op.79, prima di chiudere la prima parte della serata con Botschaft op.74 n°8. Un piccolo assaggio dell’universo liederistico schumanniano che riflette il percorso stilistico dell’autore, in cui conferma la sua poetica romantica, il suo anelito alla trascendenza, la sua visione dell’esistenza come dolore. La seconda parte del programma saluterà l’esecuzione del Quartetto in Mi bemolle maggiore op.47, proposto dalla pianista Laura Cozzolino con Giacomo Mirra al violino, Pasquale Colabene alla viola e Matteo Parisi al cello. E’ nel 1840 che, quasi improvvisamente, appare nella produzione schumanniana, una fioritura di lieder veramente sorprendente che, l’anno successivo porta alla composizione di questa opera in soli cinque giorni. L’introduzione lenta all’“Allegro ma non troppo” è contrappuntata dal pianoforte con ottave delicate, come se fosse il ricordo di un pensiero lontano. Altrettanto originale è quella sorta di lungo levare che precede il tema dell’“Andante cantabile”, più simile a un improvviso risveglio che a un’introduzione. Le sorprese come al solito sono numerose, a cominciare dalla forma della sonata iniziale. Lo sviluppo infatti comincia ancora dentro la parte dell’esposizione e la ripresa presenta una versione assai trasformata del materiale iniziale. Schumann trasfigurava, come nelle Sonate per pianoforte e nelle Sinfonie, la forma classica per piegarla al flusso della coscienza, di uno sguardo interiore sul mondo. Anche lo “Scherzo” riflette, nella sua forma articolata con i due trii, questo più ampio senso di continuità nella trasformazione permanente. L’“Andante cantabile” è una delle espressioni più liriche e struggenti della musica di Schumann. Il suono contribuisce in maniera essenziale a conferire a questo episodio il potere di fermare lo scorrere del tempo, specie nell’incantata coda finale del movimento. L’autore indica al violoncello di abbassare di un tono l’intonazione della corda più bassa, passando dal do al si bemolle, per ottenere un lungo bordone risonante. Questa parentesi lirica serve a tenere viva la tensione prima del “Finale”, che rappresenta una versione variata del materiale tematico del primo movimento. Il Quartetto dunque si chiude nel nome di Bach, dopo aver manifestato nel trattamento del primo movimento i debiti con il Quartetto op. 127 di Beethoven.

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