Il futuro, età ideale

Non avremmo mai immaginato che poter uscire per andare a scuola costituisse un esercizio di libertà

Di Andrea Clemente

Abbiamo ieri onorato un’altra festa celebrata in quasi tutto il mondo: il Primo Maggio, festa di tutti i lavoratori. Io ho sempre saputo che questa giornata è una festa nazionale perché è la giornata che celebra le lotte che i lavoratori hanno intrapreso per potersi vedere riconosciuti i propri diritti. Se i nostri genitori ritornano a casa dopo un adeguato orario di  lavoro e se noi ragazzi abbiamo il diritto all’istruzione è merito degli sforzi e dei sacrifici fatti dalle generazioni precedenti che hanno lottato per avere diritti e condizioni di lavoro migliori. Ma oggi 30 aprile 2020 sembra tutto cambiato. Adesso si lotta per tornare a lavorare, eliminando restrizioni, seppur giuste, che stanno mettendo in ginocchio l’Italia e l’economia europea. Gli esperti ci ricordano che siamo ancora nella “fase 1” dell’emergenza, ma è impossibile non pensare al dopo. C’è un’Italia che soffre, che piange e che stenta a rialzarsi. Anche noi ragazzi nel nostro piccolo siamo dei lavoratori, degli operai che sono messi in stand-by: ne risentiamo tanto. Ascoltiamo i discorsi nelle nostre famiglie, le avversità e le difficoltà che devono sostenere ogni giorno. Pensiamo allora ai più deboli, ai bisognosi e guardiamo con rispetto e dignità le file interminabili ai banchi dei pegni, cui si sottopongono centinaia di persone per poter vivere. Io posso fare ben poco:  ascoltare, condividere, soffrire, ma non risolvere. Posso sperare in un’economia più giusta, più sostenibile, più rispetto dei diritti, dell’ambiente, dei tempi e della vita. L’emergenza del Covid-19 ci sta mettendo a dura prova. Le nostre abitudini stanno cambiando in virtù di un appello alla responsabilità che sta limitando molte delle nostre attività quotidiane e delle nostre relazioni. Le nostre vite sono cambiate, ma per poterne venire fuori occorre, secondo me, maturare la capacità di coglier non ciò che è utile per sé, ma ciò che costituisce il meglio per progredire nel bene comune. Tutti noi siamo dei lavoratori umili e semplici operai della stessa vigna. Abbiamo vissuto un Primo Maggio diverso e insolito, ma ne usciremo. Noi ragazzi saremo più maturi sicuramente, con un “quid” in più. La chiusura della scuola è una ferita per tutti, come dice il nostro Presidente. Siamo di fronte a un evento eccezionale che tocca la vita di noi giovani. Qualcosa d’incredibile, mai avvenuto prima nella storia dell’istruzione. Non avremmo mai immaginato che poter uscire per andare a scuola costituisse un esercizio di libertà. È dura per noi ragazzi, ma lotteremo con tutta l’Italia perché siamo il futuro. Probabilmente avremo meno soldi in tasca, ma a fare la differenza sarà come li useremo.