Il corno, l’indalo e il toro in “Suerte”

Scritto da , 21 aprile 2018
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Stasera, alle ore 19 alla galleria “The Collective” di Barcellona vernissage per la personale di Pietro Loffredo, curata da Erminia Pellecchia e Annalisa Pellegrino

Di OLGA CHIEFFI

Il conflitto tra razionale e irrazionale, tra il rosso e il nero, giocato su quella linea sottile su cui si mescolano la vita e la morte, il mistero, le radici che affondano nel limo che tutti conosciamo, che tutti ignoriamo, è il luogo da dove proviene ciò che è sostanziale nell’arte. Segni oscuri del popolo mediterraneo, che rappresentano quel potere misterioso che tutti noi sentiamo, quel daimon che provoca il giocarsi tutto in una scommessa, in una rottura, l’assaporarsi, il darsi, il sentirsi vivere, tutto questo è “Suerte”, la mostra di Pietro Loffredo che stasera, alle ore 19, vivrà il suo vernissage in Barcellona, nella galleria “The Collective”, ove sarà ospite sino al 4 maggio. A guidarci in questo incontro tra il corno e il toro, sarà l’indalo, per alcuni la semplice rappresentazione di un arciere; per gli altri, l’immagine di un idolo, un Dio che sarebbe stato usato tradizionalmente, in seguito, come protezione contro i fulmini e per allontanare le streghe e il malocchio, proveniente direttamente dalla dura roccia della Cueva de los Letreros. Dopo aver attraversato l’Italia, l’aver toccato Bastia, Montecarlo, Tunisi, Valletta, Parigi e Berlino, l’universale talismano reinterpretato da Pietro Loffredo, approda a Barcellona con una nuova esposizione, in cui tra riflessione e gioco, il cornetto sposa le corna e las pelotas del toro. “Figure entrambe – racconta Pietro Loffredo, che fin dalle origini dell’uomo – rappresentano la virilità, che io intendo come forza per andare avanti, per vincere le scommesse con se stessi, perché ognuno di noi conosce le risposte; ci si può affidare a un talismano, ma non si deve mai dimenticare le responsabilità individuali”. Nella cultura italica, infatti, i romani, commercianti e uomini pratici, ritenevano il corno simbolicamente rappresentante il fallo, dunque metafora di fertilità e prosperità, ottimo portafortuna per affari, denaro e attività produttive. È solo nel medioevo che l’uso del corno assume dimensione magica, divenendo referente apotropaico per antonomasia: simbolo di fortuna, buona sorte e dell’allontanamento delle influenze maligne. Per rilasciare i propri influssi benefici il talismano doveva essere rosso e fatto a mano. Rosso perché questo colore simboleggiava il sangue dei nemici vinti. Fatto a mano perché si riteneva nelle arti magiche che ogni talismano acquisisse i poteri benefici dalle mani del produttore. Il corno ben conosciuto a Napoli rappresenta il fallo di Priapo, dio della prosperità e protettore del malocchio. Al plurale, le corna devono stare in testa ed elevano la potenza della dignità conferendo potere a “luce” alla calotta cranica, così come la corona, che con le corna condivide la stessa radice etimologica indoeuropea. Pertanto, gridare “cornuto” a qualcuno è di fatto un complimento, perchè indica potenza, fertilità e prosperità, come il toro. La mostra, curata da Erminia Pellecchia e Annalisa Pellegrino, omaggia, infatti, la matta bestialità del toro, rivelante la pulsione violenta e la forza primigenia della natura e il vernissage saluterà la performance dell’artista brasiliana Nega Lucas che ci invita, attraverso la poesia recitata, visiva e vissuta, ad una immersione nella realtà storica e anche attuale della donna nera in tante parti del mondo.

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