Il cool milesiano di Wallace Roney

Scritto da , 19 ottobre 2015
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Il trombettista si presenterà questa in quintetto per inaugurare la stagione del Modo. In prima pedana, intorno alle 21.30 il trio del sassofonista Andrea Santaniello

 

 

Di OLGA CHIEFFI

Wallace Roney inaugurerà, questa sera, alle ore 22, la nuova stagione di eventi del Modo Club di Gaetano Pappacena. Apertura prestigiosa che ospita uno de fuoriclasse del jazz internazionale e il suo quintetto. Al Jazz Club, Roney si esibirà con sassofono Ben Solomon, Antony Wonsey al pianoforte, Rashaan Carter al contrabbasso e Lenny White alla batteria. La serata, vedrà in prima pedana, intorno alle 21,30 il trio del sassofonista Andrea Santaniello, con Luigi Del Prete alla batteria e Antonio Napolitano al contrabbasso, il quale proporrà standard della tradizione afroamericana, spaziando dalle classiche canzoni dei grandi compositori, passando per i temi celebri dei grandi musicisti che hanno costellato la storia di questo genere. Wallace guida una formazione di musicisti molto liberi, fluidi ed eclettici che riescono a conferire personalità ed attualità alle interpretazioni che proporranno al Modo, in un mix di ricerca in equilibrio tra composizioni originali e pagine di diversi compositori. La struttura dei pezzi e l’approccio esecutivo è profondamente legata alla tradizione del bop; chorus solisti assegnati in sequenza ai vari artisti con improvvisazioni lineari, sciolte  e dense di sfumature evocanti attenzioni funk, rock, soul e così via; non si tratta di vere e proprie contaminazioni né tantomeno di citazioni ma di coloriture indotte dal trascorrere del tempo. Non ci si trova davanti quindi a riesecuzioni ma a vere e proprie rielaborazioni ben lontane da un semplice senso antologico. Wallace è sempre stato etichettato come un epigono di Davis ma, a parere di chi scrive, tale giudizio appare eccessivamente rigido e questo lavoro lo dimostra; l’influsso di Miles è inevitabile ma la creatività e in particolare la tanta ricchezza che ha contribuito a formare in lui una solida visione dei fondamenti del genere unita a quegli slanci innovativi e creativi che, a partire dagli anni ’60, hanno portato ad estendere la sensibilità ad altre influenze ed interpretazioni, lascerà rilevare anche le differenze, traducibili in una freschezza e leggerezza che il Principe delle Tenebre raramente applicava. Il suo cammino continua sicuro e regolare, confermandolo come uno degli artisti più apprezzabili per chi nel jazz desidera ritrovare le orme dei padri assaporando però la freschezza delle ultime generazioni, non smettendo mai di elaborare quanto appreso da Davis per individuare una nuova dimensione sonora in cui l’eredità del jazz possa dispiegarsi dialogando con lo spirito della contemporaneità.

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