Il controtenore: tutto il fascino dell’ ibrido

Scritto da , 31 marzo 2018

Pasquale Auricchio ha impreziosito la vigilia del triduo pasquale con l’esecuzione dello Stabat Mater di Antonio Vivaldi, dedicata a Nausicaa Policicchio

 Di OLGA CHIEFFI

In un convivio per l’anima si è trasformata la serata dedicata all’esecuzione dello Stabat Mater RV 621 di Antonio Vivaldi, offerta dal Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, nella Chiesa di Santa Maria De Lama. La notizia squassante della improvvisa scomparsa del soprano drammatico Nausicaa Policicchio, la quale ha insegnato anche qui a Salerno, ha reso ancora più emozionale e “pathico” il concerto. L’opera di Vivaldi è stata affidata alla voce del controtenore Pasquale Auricchio, un timbro che ha nel suo essere ibrido e antico il suo misterioso fascino. E’ stata evocata, così, l’era dei castrati, l’unione di tre voci in una, colori e volumi di un essere diverso, oggi ottenuta naturalmente attraverso la tecnica del falsetto, più modesta, a livello di volume e ricchezza armonica, ma più timbricamente omogenea. Mistero in questa voce che risale al simbolismo numerico di Pitagora, per il quale il n°3 rappresentava l’arte di fondere l’uno e l’altro, e così pure le frequenze acute della voce sopranile ai toni dello speech maschile. Pasquale Auricchio è riuscito nelle prime tre arie a toccare i nostri sentimenti più profondi, a commuoverci raccontandoci nello Stabat Mater non solo il dolore della madre di Cristo, ma rendendoci partecipi del dolore terreno di ogni fine, sia essa divina, umana o storica. E’ difficile pensare alla musica di Vivaldi ed associarla ad una visione di dolore e decadenza, ma in questa opera è così, un Prete Rosso, questo dello Stabat, quasi irriconoscibile, che è stato reso dal nostro controtenore, mettendosi totalmente in gioco, non celando i sentimenti, traendo l’essenza di queste splendide musiche e riversandola sull’ascoltatore, che è totalmente esposto e impreparato a tanta stordente afflizione. Pasquale Auricchio è stato sostenuto da un quartetto d’archi del Conservatorio di Salerno, composto da Vincenzo Merola e Carmen Senatore ai violini, Selene Cantarella alla viola e dalla giovanissima Giuseppina De Leo al violoncello, che, in apertura si è reso assoluto, protagonista di una trascrizione del concerto RV 411, in La minore, sempre in parti reali, un po’ “seduta” sul tempo, imbattendosi in seguito, nello scorrere dei numeri dello Stabat, nelle particolarità dell’accompagnamento, in quel Quis non posset contristarsi Adagissimo spoglio, che lascia nuda la voce solista punteggiato di tritoni e settime, passando per l’ Eia Mater fons amoris, un largo che si distingue per la mancanza del basso continuo e per l’ostinato accompagnamento per note puntate dei violini, sostenuti dai ribattuti della viola, mentre il Fac ut ardeat cor meum, in stile concertante, ha, purtroppo, rivelato tutta l’inesperienza del quartetto d’archi, sui bassi albertini dei violini, arpeggi in terzine, abbinati agli ostinati trochei della viola, ripresi poi dal basso, per sostenere la non facile parte vocale. Una pratica, questa del barocco, che deve essere curata nei minimi particolari in cui non ci si può buttare all’oscuro di ogni benchè minimo principio di questo stile. L’ Allegro finale, l’Amen conclusivo, quel fugato liberatorio culminante in una serie di ampi e virtuosistici vocalizzi e con quella caratteristica cadenza piccarda, ha sciolto l’applauso del pubblico in sala per Pasquale Auricchio, che bisserà in aprile tra le luci e le ombre dei caravaggeschi a Palazzo Zevallos a Napoli.

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