Il calvario dei malati oncologici di Materdomini

Scritto da , 5 maggio 2013

«Ci hanno sottoposto ad esame del sangue, colture, radiografie, gastroscopia, ecocardiogramma ed infine alla rimozione del Port. Sono state settimane difficili. I primi sintomi si erano manifestati già a dicembre, con febbre altissima, tremori, vomito e si ripresentavano ogni mese, ma ci dicevano di stare tranquilli, perché era l’influenza stagionale. Invece avevo probabilmente già contratto l’infezione». E’ la drammatica testimonianza di F.L., uno dei 139 malati oncologici coinvolti nella vicenda che ha travolto la struttura sanitaria di Materdomini di Nocera Superiore finita al centro di un’inchiesta coordinata dal sostituto Cacciapuoti e dal procuratore capo Izzo  e che ora sono intenzionati ad intraprendere un’azione legale per ottenere il risarcimento dei danni. L’uomo, un 45enne di Cava dei Tirreni, si è affidato all’avvocato Ida Melillo per intraprendere un procedimento in sede civile contro la struttura. 
L’avvocato Melillo, che rappresenta un nutrito gruppo dei 139 malcapitati che si sono rivolti a lei per tutelarsi ed intraprendere un’azione in sede civile, pone l’accento sulla drammaticità della vicenda, che ha coinvolto persone già particolarmente provate dall’aver affrontato un tumore. «Il mio cliente – spiega il legale – dopo aver contratto l’infezione, ha dovuto subire un nuovo calvario fatto di accertamenti invasivi e terapia antibiotica, conclusosi con la rimozione del Port». Sembra che all’origine del focolaio vi sia un batterio fecale ma le indagini degli inquirenti sono ancora ad una fase iniziale. Intanto l’ambulatorio di Materdomini è chiuso, mentre sono stati sequestrati  i cateteri ed altro materiale presente nella struttura, ed i pazienti dirottati presso il Polo oncologico A.Tortora di Pagani, dove sono stati sottoposti al protocollo specifico per questa infezione da parte di una equipe multidisciplinare nominata dall’Asl sul caso.
Sotto la lente di ingrandimento della Procura, che ha avviato un’inchiesta relativamente alle infezioni contratte dai pazienti che si recavano presso la struttura per eseguire la manutenzione periodica del Port (la “scatoletta” impiantata per le chemioterapie) vi sono tutte le attrezzature utilizzate come forbici e guanti o addirittura la stessa soluzione utilizzata per effettuare le cure.  L’ipotesi è che questo materiale sia stato conservato in ambienti igienicamente poco puliti nei quali si è potuto sviluppare questo batterio che sta tenendo in scacco tanti malati che si sottopongono alla chemioterapia. L’indagine ha preso l’avvio a seguito della denuncia presentata da uno dei malcapitati pazienti e mira ad accertare eventuali responsabilità, anche in ordine al decesso di una paziente oncologica che avrebbe contratto la medesima infezione nella citata struttura.
Intanto le indagini della Procura vanno avanti. 

 

5 maggio 2013

Consiglia

Cronaca

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->