Il bel canto apre l’autunno del teatro Verdi

Scritto da , 24 settembre 2016
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Questa sera, alle ore 21, il tenore Francesco Meli e il soprano Serena Gamberoni offriranno un rècital al pubblico salernitano

Di Olga Chieffi

Riprende questa sera, alle ore 21, la stagione lirica del teatro Verdi di Salerno, con un prestigioso rècital, che vedrà protagonisti il tenore Francesco Meli e il soprano Serena Gamberoni, coppia nella vita e sul palcoscenico, i quali saranno sostenuti dal quartetto d’archi dell’Arena di Verona, che schiererà i violinisti Gunther Sanin e il nostro concittadino Vincenzo Quaranta, il violista Luca Pozza e la violoncellista Sara Airoldi con Roberto Corlianò al pianoforte. La serata verrà inaugurata da una trascrizione della sinfonia della Norma di Vincenzo Bellini, che ricreerà l’aura ossianica, la notturna raccolta del vischio, il sacro silenzio delle selve, l’orrore dei sacrifici cruenti e l’impeto raggelato delle passioni. Francesco Meli esordirà nelle vesti di Oronte, sulle note della cabaletta “La mia letizia infondere…Come poteva un angelo”, dal II atto de’ “I Lombardi alla Prima Crociata”. La Gamberoni, invece, entrerà in scena sulle note di “O mio babbino caro”, la semplice melodia di Lauretta, dal Gianni Schicchi di Giacomo Puccini, prima di cedere la ribalta al tenore Meli che evocherà l’attaccamento alla vita e al piacere di Mario Cavaradossi, tra bellezza e amori che celebrano un forzato trionfo davanti al plotone d’esecuzione, nell’ aria “E lucevan le stelle” dalla Tosca. Il quintetto proporrà, quindi, l’intermezzo di Manon Lescaut, pagina strumentale che rappresenta senza dubbio una risorsa geniale: inserita a metà dell’opera, con quel suo lirismo caldo e fremente, essa segna un momento decisivo dell’azione e avvia al suo culmine la linea del dramma. Prevalgono, qui, disegni di terzine che acuiscono l’atmosfera emotiva e annunciano lo svolgimento degli ultimi due atti, l’intensità di un crescendo drammatico non già determinato da frequenza di situazioni sceniche, ma dallo stesso incalzare, dall’esacerbarsi disperato della passione dei due amanti. Meli ritorna sul palcoscenico come Don José, il quale non vede l’ora di sentire notizie della madre “Parle-moi de ma mère!” da Micaela, un po’ imbarazzata, gli dà anche un bacio da parte della madre, come promesso. Don José si fa prendere con commozione dai ricordi del suo paese. (Ma mère, je la vois ! Oui, je revois mon village !) e i due giovani intonano insieme questo bellissimo duetto: la musica esprime magnificamente la piena armonia dei loro sentimenti, il loro librarsi insieme sul volo dei ricordi e degli affetti cari ad entrambi. Roberto Corlianò dedicherà alla platea una fantasia per fortepiano sui temi del Trovatore, scritta dallo stesso Giuseppe Verdi, tra visioni e fiammate, prima di lasciar lanciare alla Serena Gamberoni, il bacio più intenso e straziante della letteratura operistica, quello di Mimì dalla Bohème di Giacomo Puccini, a forte impatto emotivo tra due estremi colloquiali ma di grande realismo musicale, Meli impersonerà quindi l’Andrea Chenièr, prigioniero che sta finendo di scrivere dei versi “Come un bel dì di maggio”: è il suo congedo dall’‘ultima dea’, la Poesia. La Gamberoni sarà Nedda de’ I pagliacci che rimasta sola è presa dall’angoscia per la reazione di Canio, ma poi si abbandona a contemplare il libero volo degli uccelli, cantando “Stridono lassù”. Il quintetto schizzerà quindi l’Oriente di Bizet, è un Oriente creato dalla fantasia del compositore, un Oriente che lo porta a recuperare antichi modi greci al fine di rompere la rigida cristallizzazione bimodale subita dalla musica europea, dopo l’adozione del temperamento equabile, in una fantasia su Les pecheurs de perles, prima di chiudere con “Già nella notte densa” dall’Otello di Verdi il duetto d’amore che è il cuore psicologico dell’opera, oltre ogni razzismo di colore e di classe sociale.

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