“Il bambino dalle orecchie grandi”: diversi e uguali

Scritto da , 13 Marzo 2019
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Gran concorso di pubblico al centro sociale per il sesto appuntamento della stagione Mutaverso teatro che ha ospitato il Teatrodilina

Di GEMMA CRISCUOLI

Raccontarsi al mattino i sogni cupi e grotteschi è un rituale a cui le coppie si affezionano. E se la coppia stessa diventa un rituale? Basterà riavvolgere il nastro del tempo? Spettacolo calorosamente accolto al Centro Sociale di Salerno, “Il bambino dalle orecchie grandi”, di cui Francesco Lagi ha curato la regia e la drammaturgia, è stato proposto nell’ambito di Mutaverso, il progetto di Erre Teatro a cura di Vincenzo Albano. L’allestimento, cha il suo punto di forza nella naturalezza e nella dedizione di Anna Bellato e Leonardo Maddalena, non è tanto un’indagine sui sentimenti ma sul loro carattere illusorio: l’illusione di comprendersi, ritrovarsi, di essere sempre l’uno il rifugio dell’altro. A maggior ragione se si condivide un difetto fisico con cui non si è mai fatto definitivamente pace: la grandezza delle orecchie, che connota anche il bambino di un sogno sospeso tra il buffo e l’angoscioso. Quelle orecchie, che ai più risultano orrende, alludono alla spudoratezza dell’amore e del desiderio, che si impongono all’attenzione nei momenti più impensati. La diversità unisce i protagonisti nella tenerezza e nella cocciutaggine, li divide quando fa emergere la loro essenza. Lui, collezionista di suoni, adora l’infrangersi delle cose; lei non sopporta che le cose vadano in pezzi. La frattura sarà inevitabile (il suono di un unico oggetto distrutto in una registrazione che avrebbe dovuto tranquillizzare la compagna). Fraintendimenti, piccoli egoismi, disattenzioni sono crepe che anticipano un crollo rovinoso. Non resterà allora che sognare (ma potrebbe essere vero) che i due si siano già amati e lasciati nel passato. Ecco dunque che la quotidianità diventa eco di qualcosa per cui, tanto tempo prima, in una distanza fiabesca, è valsa la pena vivere. Le orecchie grandi sono dunque anche tentativi di rintracciare legami dove la logica scorge solo distanze. Sotto ogni azione fiorisce sempre un significato, un suono, che bisogna portare faticosamente alla luce. L’ultima scena ripete, a ruoli invertiti, quella iniziale. Inutile sciogliere l’ambiguità tra reale e immaginario. Lo sguardo appassionato con cui la donna attende l’amante e il futuro sulle note di una canzone di Califano (ironico contraltare a un romanticismo duro a morire) è eloquente: non si può rinunciare a quell’illusione chiamata felicità, anche se l’infantile bisogno di essere egoisti sa essere terribilmente sordo.

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