Ideal Standard: “Eravamo costretti ad obbedire ai loro ordini”

Scritto da , 11 dicembre 2015

“Non potevamo farci niente, ci ricattavano, dovevamo fare quello che ci chiedevano. Quando abbiamo finito siamo stati circa sei mesi senza fare niente, poi ci siamo ritrovati in mezzo ad una strada”. Chi parla così è Giuseppe Brunetto, un operaio della Ideal Standard per 11 anni, nell’ultimo periodo passato dalla Sea Farm al Sea Park per “abbattere tutto e fare ambiente unico. Io lavoravo con la scavatrice, buttavo tutto dentro le vasche. Amianto, materiale di risulta, plastica, ferro e anche il materiale fangoso rimasto dopo la chiusura della fabbrica. Utilizzammo sia le vasche interne che poi abbiamo ricoperto con l’asfalto sia due cisterne esterne che però non sono mai state cementate”. Per quanto riguarda l’amianto sui tetti Brunetto ricorda perfettamente. “Intanto tutto il materiale di ferro fu diviso dall’amianto e portato via. Vi lavorò una ditta di Pontecagnano che è ancora in attività. L’amianto che rimase, come detto lo seppellimmo. Anche dal tetto diciamo che pioveva amianto perché quando furono portati via i tubi di areazione il tetto fu sfondato e la polvere invadeva l’aria. Devo aggiungere che anche quando la fabbrica era in attività eravamo a contatto con materiale poi risultato dannoso, come il talco. Tutte cose che abbiamo appreso nel corso degli anni”. Quindi lei materialmente ha costruito una discarica, ovviamente su indicazioni che le provenivano dai capi. “Certamente, ripeto noi siamo stati degli esecutori di ordini. Per la Sea Park c’era un ingegnere dal cognome difficile, per la Sea farm una donna. Ricordo che a coordinare i lavori vi era un ingegnere di Brescia. Portato via il materiale buono tutto ciò che era inutile, dannoso o da portare via lo hanno fatto seppellire per creare questo pavimento unico perchè la struttura doveva essere poi divisa e venduta a diverse società. Ci hanno illuso con questa storia e siamo finiti in mezzo ad una strada”.

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