I solisti del Conservatorio di Salerno “Cum sertum”

Scritto da , 24 giugno 2015

 

Questa sera, al teatro Augusteo, primo dei due concerti dell’orchestra del “G.Martucci”, in cui la massima istituzione musicale della città presenta le sue gemme

 

Di Olga Chieffi

Quattro solisti per tre gemme della intera letteratura musicale. L’appuntamento è fissato per  stasera, al teatro Augusteo, dove alle ore 20, i riflettori si accenderanno sull’orchestra del Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, diretta da Massimiliano Carlini che accompagnerà gli studenti “Cum sertum”, i migliori. Ad inaugurare la serata sarà il sassofonista Michele D’Auria, allievo di Roberto Favaro il quale eseguirà, e a lume di naso credo sia una prima assoluta per la nostra città, il concerto obbligato del diploma di questo strumento nella sua forma originale, ovvero il Concertino da camera composto da Jacques Ibert per sax alto e undici strumenti, ovvero flauto, oboe, clarinetto, fagotto corno e quartetto d’archi più contrabbasso, datato 1935. Negli anni Trenta tutti i compositori francesi guardavano oltreoceano al Jazz e Jacques Ibert dedicò questa difficile pagina all’amico sassofonista Sigurd Rascher il re dei bisacuti, che lo eseguì per la prima volta nel dicembre dello stesso anno, e di cui andiamo a festeggiare gli ottanta anni dalla composizione. La breve partitura, inizia con un Allegro con moto, una scala ascendente del quartetto d’archi che deve suonare come una frustata e apre la via ad una melodia guizzante del sax, evidentemente memore del carattere del Concerto per flauto; il secondo tema, legatissimo e cantabile insiste sul registro più acuto dello strumento. Ad esso segue lo sviluppo, brevissimo ma raffinato nei complessi scambi fra solista ed ensemble, prima di alcune battute conclusive a mo’ di coda. Il Larghetto, poi animato molto, ha un forte carattere blues, palese nella lunga introduzione per sax solo, che sfrutta l’intera tessitura dello strumento, solo dopo entrano gli archi che trasformano la melodia quasi in una sorta di ballata. I legni riprendono il tema, poi ancora gli archi conducono verso quello che, di fatto, è un terzo movimento, Animato molto, con una figura ritmica piuttosto nervosa su cui il sax si lancia con brio e virtuosismo, lasciando solo marginale spazio ad un tema più cantabile. La conclusione è segnata da una cadenza, un riff piuttosto libero del sassofono e da una coda brillantissima. Michele D’Auria lascerà la ribalta al quattordicenne violinista Giuseppe Gibboni, al VI anno di corso nella classe di Maurizio Aiello e al pianista Giuseppe Anello, diplomatosi con Giulio De Luca, che proporranno il doppio Concerto di Felix Mendelssohn Bartholdy, in Re minore, composto nel 1823. Tale lavoro, destinato ai concerti privati che si davano tutti i sabati nella ricca e accogliente casa berlinese dell’artista per dilettare i familiari e gli amici, rispecchia più che altro la forma delle “sonate per orchestra d’archi” e testimonia la pronta ed estroversa inventiva di un adolescente educato, oltre che a severi studi musicali, alla conoscenza approfondita della letteratura classica, delle lingue straniere e del disegno. Ciò che risalta in questo componimento è la misurata eleganza melodica, unita ad una brillante e piacevole scorrevolezza ritmica, espressione di un animo aperto alla gioiosa felicità della vita. È vero che in questa composizione non mancano le influenze mozartiane e beethoveniane (cosa del resto comprensibile e giustificabile), ma non si può negare ad essa una spigliatezza e freschezza di tono nel modo di condurre il discorso melodico, in linea con le regole classiche, ma già tendenzialmente protese verso la forma romantica. Finale affidato alla cellista Raffaella Cardaropoli, pupilla del magistero di Liberato Santarpino, che ha scelto di eseguire il Concerto n°1 in La minore op.33 di Camille Saint-Saens composto tra il 1872 e il 1873. All’apparenza è in un unico movimento sinfonico, ma in realtà il Concerto è suddiviso in tre tempi veri e propri fra i quali però non è prevista pausa. L’omaggio formale palese è a Franz Liszt, sperimentatore della “forma ciclica”, tecnica basata sulla mutazione costante del materiale tematico che riappare quindi in tutti e tre i tempi. Se da una parte dunque c’è il rispetto per le forme classiche, dall’altra c’è il gusto per la libertà creativa, la ricerca del colore e dell’impasto timbrico, la melodia insolita, l’interazione con forme ancora più antiche, nella sua chiarissima costruzione e nella sua assoluta assenza di ogni esibizionismo, non è altro, come non vuol essere altro, che un mirabile, lucidissimo discorso musicale.

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