I sette decenni di Mario Pantaleone

Scritto da , 17 febbraio 2017

Grande festa oggi nella storica pasticceria ove si vivrà un preludio dell’ormai prossimo centocinquantenario

 Di OLGA CHIEFFI

 Si festeggia oggi nella storica pasticceria Pantaleone il patron Mario, che taglia il traguardo dei suoi primi settant’anni. Un preludio e solo un augurio per quello che avverrà il prossimo anno, il centocinquantenario di una famiglia, di un luogo di un’azienda, famosa in tutto il mondo. La pasticceria Pantaleone va ben oltre il suo nome, divenuto oramai internazionale, attraverso la scazzetta, la zuppetta, la cioccolateria, gli elisir e l’intera sua produzione che, pur preservando la propria centenaria tradizione, sa guardare al futuro, ponendo la propria esperienza al servizio di sempre nuove prelibatezze da proporre al proprio eterogeneo pubblico, che non uscirà mai deluso dalla sua porta. Spazio, luogo, anzi tòpos, poiché di generazione in generazione, i Pantaleone hanno trasformato la pasticceria, ospite di una chiesa sconsacrata, in un simbolo. E’ qui, che con Mario, si può discutere di teatro o della Salerno di un tempo, musica, un istante infinito, in quel luogo-non luogo che è il palcoscenico di un teatro, in cui tante volte si trasforma la pasticceria di Mario Pantaleone. Mario ha vissuto e ha visto il meglio dello spettacolo del secolo scorso, tra Parigi, Roma, la sua carismatica Napoli, dalla cui tradizione pasticcera discende per intero, quella del suo magico “antro”, dove sono passati tutti gli artisti che recitavano al massimo cittadino, da Pupella Maggio, alla Compagnia dei Giovani, da Nino Taranto, ad una giovanissima Virna Lisi, ai fratelli Giuffrè. Estro e creatività dietro e fuori il bancone, trasmessa ai suoi giovani luogotenenti, Giulia, Francesco e i nipoti Lucio, che più ha preso da Mario il suo fascinoso savoir faire, nel dire, Alfonso. Esiste un legame stretto tra il pensiero filosofico dell’esistenza e della ragione umane e il sapere del progettare-costruire, entrambe hanno un comune, e fondamentale riferimento, lo spazio. Noi uomini della fine ereditiamo il concetto di spazio come extensio, con esso Cartesio pensava lo spazio quale pienezza e continuità della materia e quindi quale medium del movimento, del tendere avanti a sé, quale sinonimo dell’amplificazione. Possiamo trovare Mario dinanzi alla porta della sua Pasticceria, ma possiamo immaginarlo in ogni luogo, sacerdote dinamico di un tòpos, il dove, che, localizzando, determina una cosa come cosa-per-l’uomo, che diventa condizione dell’esistenza, punto di riferimento dell’esperienza, che consente la progettualità e l’attuazione, l’esistenza razionale, aprendo al teatro, alla storia, all’ arte, al costume, al finissimo artigianato e, quindi assumendo la caratteristica comunicativa o sociale di “luogo familiare”, mentre la familiarità del luogo ha assunto il tratto di condizione necessaria di ogni progettualità, non solo civile. Ecco che oggi, con Mario, “Pantaleone”, perché il salernitano indica così, la Pasticceria, potrà considerarsi così il segno, nel suo divenir parola, suono, che diventa di-segno, archè, principio in quanto da-dove della progettualità, essenziale punto di dipartimento di ogni pensiero che, per essere se stesso deve discernere, giudicare, orientarsi, criticare, continuando con Mario, a restituire qualcosa di una drammaturgia segreta, nella quale anno dopo anno, si annoderanno rapporti empatici, nascite, emozioni, che porteranno tutti a fare parte della scena della Antica Dolceria Salernitana.

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