I magic mallets di Nicola Montefusco

Scritto da , 17 ottobre 2015

 

Il conservatorio G.Martucci ha presentato al teatro Augusteo cinque interessanti individualità “Cum Sertum”, in tre diverse difficili performances

 Di OLGA CHIEFFI

Con un appello al governo italiano a non far sparire l’AFAM e ridurre al silenzio i conservatori, evocando, il 4,33 di John Cage (questo, però, è un pezzo di grande speranza, simbolo che il silenzio non esiste e tutto contribuisce a far musica[n.d.r.]) è principiato il secondo appuntamento del Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, della rassegna “Cum Sertum”, in cui vengono presentati gli allievi che si avviano verso una brillante carriera solistica. Il direttore Massimiliano Carlini si vanta di riuscire ad eseguire partiture del calibro del Concerto n°2 per Marimba e Orchestra di Ney Rosauro, del concerto per pianoforte e orchestra K466 n°20 e su tutti il triplo di Beethoven, con un’orchestra che è, di base, la sua classe di esercitazioni orchestrali, senza alcun rinforzo esterno o del corpo docente. Purtroppo, non sono titoli questi da poter affidare a giovani strumentisti inesperti, in particolare se assisi solo da breve tempo in orchestra. I solisti, pur talentuosi si sono ritrovati senza un sicuro sostegno, con cui dialogare e far musica, sostenendo un doppio sforzo per poter portare a termine dignitosamente il proprio compito. Sono stati visti gli archi battere ancora col piede il tempo per terra, nel corso dell’ottima performance di Nicola Montefusco, marimbista cresciuto sotto l’ala “percussiva” di Mariagrazia Pescetelli, interprete del II concerto per marimba e orchestra di Ney Rosauro, un pezzo di grande impatto melodico e ritmico, in cui purtroppo il solista non se l’è sentita di liberarsi completamente e comunicare a pieno con la platea, con poca attenzione all’agogica e troppa alle note, in particolare nel secondo movimento, proprio perché avanzante su di un pavimento traballante. Convincente il terzo tempo, col suo fluire liquido fortemente dinamico e i suoi percorsi di accelerando e decelerando continui, che ha coinvolto l’auditorio in un flusso sonoro inconsueto. Una sfida affascinante quella della scelta di un concerto per percussione, affidata ad un musicista che ha condotto con evidente maestria, sino all’ultimo touch, il suo brillante intervento. Nicola Montefusco ha, quindi, lasciato la ribalta a Lidia Fittipaldi, pupilla di Lucia Morabito per il concerto di Wolfgang Amadeus Mozart K466, il Concerto n.20 in re minore, il più drammatico, il più scuro, il più doloroso dei 27 mozartiani. Uguali problemi per una finissima interprete in nuce, la cui scelta di fraseggio e sonorità per questa pagina, ci ha ricordato il fortepiano, riuscendo a sottolineare la specificità della tonalità il Re minore, attraverso minime sfumature di dinamica e di timbro. La ragazza ha dovuto fare tutto da sola, volteggiando su di una lama di rasoio, per la difficoltà della sua parte, per la mancanza di sostegno da parte della formazione, senza legni all’altezza per un autore che è alla sua svolta romantica e pretende un’orchestra che cominci ad articolarsi in modo sfaccettato, i cui affetti saranno depositati proprio nelle ance dei clarinetti e dell’oboe. Nel primo tempo Lidia Fittipaldi e Massimiliano Carlini hanno percorso strade che non si sono incrociate neppure per un momento. Lì infatti, dietro l’eleganza dell’eloquio si respira, il senso del tragico. Orchestra tecnicamente non perfetta, guidata da un direttore poco attento agli equilibri timbrici e alla nitidezza degli attacchi, ha lasciato fortunatamente, poi, tutto nelle mani della pianista, che ha avuto il pubblico dalla sua, in particolare per il lavorìo sul suono e la precisione assoluta degli accenti. Semplice, immediata, elementare nei suoi elementi costitutivi, la Romanza nel secondo tempo è risultata una parentesi di grazia celestiale, che quel dolore non lenisce. La Fittipaldi non possiede ancora il lato oscuro di Mozart, è poco più che una ragazzina, stacca l’ultimo tempo con un passo spedito, un garbo e una leggerezza particolari. Questa musica è arrivata persino sorridente, conquistando l’applauso del pubblico. Difficoltà in ascesa per i tre giovanissimi strumentisti che si sono cimentati con il triplo concerto di Ludwig Van Beethoven, op.56. Ilaria Capaldo allieva di Michele Salvemini, Federica Tranzillo, iscritta nella classe di Vincenzo De Sena e Giovanni Meriani, seguito da Liberato Santarpino, avranno certamente trascorso l’intera estate sullo spartito per riuscire ad imbastire una prima lettura, che tale, purtroppo, è rimasta, per il violino e il violoncello, messi di fronte ad un percorso di somma difficoltà, e che hanno portato a termine, passando sopra ad intonazione, assieme e fraseggio. Discorso a parte per Ilaria Capaldo, che sa già bene tenere a bada il demone del puro esibizionismo, solipsistico, acrobatico del virtuoso, che attanaglia i due archi. Ne è derivata così un’attitudine all’approfondimento, una abitudine al controllo di se stessa e dei colleghi, in un mix di umiltà, fierezza e orgoglio, che l’ha messa al sicuro da qualsivoglia inciampo tecnico, evidenziando un pianismo cristallino e coinvolgente. Applausi per tutti e commozione per gli allievi che a fine anno lasceranno la formazione. Prossimo appuntamento in novembre al teatro Verdi di Salerno, per una segretissima, lirica, prima assoluta.

 

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