«Gli investigatori sono stati stupidi, mi hanno fatto lo stub dopo 5 giorni»

Scritto da , 31 Luglio 2019
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di Pina Ferro

“Riguardo all’omicidio di Ciro D’Onofrio, confermo che per quanto è a mia conoscenza, il responsabile si identifica in Siniscalchi Eugenio. Ho appreso tale circostanza direttamente da Luigi Iannone, che è il soggetto al quale avrei dovuto consegnare l’arma per cui sono stato arrestato, il quale un paio di settimane dopo l’omicidio mi parlò della responsabilità del Siniscalchi, inoltre, il giorno del ventottesimo compleanno di Luigi Iannone (n.d.r. Braccio destro di Ciro Persico), festeggiato, al Sea Garden in un tavolo con 11 invitati, nel corso della serata, Eugenio Siniscalchi che io non conoscevo, presente alla serata insieme alla moglie, in stato di parziale alterazione, dovuta verosimilmente alle birre bevute, mi disse: “Ho l’adrenalina addosso e ho voglia di fare un altro morto come quello che ho già fatto”. Poi aggiunse di essere preoccupato per eventuali reazioni dei familiari del D’Onofrio, nonché che sapeva di essere indagato in quanto tutti sapevano della sua responsabilità ma si sentiva sicuro perché, a suo parere non c’erano prove. A tal proposito aggiunse che gli nvestigatori erano stati stupidi perchè avevano fatto lo stub cinque giorni dopo i delitto senza risultato, mentre, se lo avessero fatto subito lo avrebbero incastrato”. E’ la dichiarazione resa agli investigatori da Matteo Calonico arrestato circa 40 giorni dopo l’omicidio di Ciro D’Onofrio. Calonico fu ammanettato con l’accusa di detenzione di un fucile che doveva essere a Luigi Iannone come regalo a Ciro Persico. A seguito dell’omicidio di Ciro d’Onofrio, Eugenio Siniscalchi viene preso sotto l’ala protettrice di Ciro Persico a cui era legato anche da un rapporto di parentela e se lo era preso con se perchè “aveva fatto il fatto”. Dunque, Eugenio Siniscalchi era sicuro che non sarebbero mai arrivati a lui. Ma a tradirlo, tra le altre cose, come riportato nell’ordinanza del Gip sono state le celle telefoniche che hanno agganciato i due telefonini nella disponibilità del giovane di San Mango Piemonte, il traffico telefonico intercorso tra Siniscalchi e Ciro D’Onofrio, compreso nei minuti prima del’agguato mortale. Siniscalchi ha contattato la vittima attraverso una sim intestata alla zia. Sim che poi è stata staccata subito dopo l’omicidio. Infatti, numerosi sono stati gli acquirenti di sostanze stupefacenti che invano hanno provato a contattare Eugenio Siniscalchi. Questi dopo l’omicidio sarebbe prima rientrato a San Mango Piemonte dove risiede e successivamente si è recato a Giffoni Valle Piana dove è rimasto fino alla sera del 31 luglio (giorno dopo il delitto avvenuto intorno alle 21.45 del 30 luglio del 2017). Mentre la sera dell’omicidio sia il cellulare di D’Onofrio chequello di Siniscalchi hanno agganciato le stesse celle telefoniche. Eugenio Siniscalchi ha agito insieme al fratello G.S., all’epoca minore, e per il quale si sta procedendo presso il tribunale per i minori di Salerno. Sul luogo dell’omicidio, in viale Kennedy a Pastena i due sono giunti a bordo di una moto. Quando sul luogo dell’esecuzione giunsero le forze dell’ordine, Ciro D’Onofrio indossava ancora il casco, ma era già privo di vita. A pochi metri dal corpo fu ritrovata una ogiva calibro 9 dal peso di 7,3 grammi. Successivamente fu appurato che tale ogiva, unitamente a quella estratta dal corpo di Ciro D’Onofrio nel corso dell’autopsia appartenevano alla stessa arma. La terza ogiva ed i tre bossoli non sono mai stati ritrovati. Questa mattina Eugenio Siniscalchi, sarà sentito dal giudice per le indagini preliminari che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare. L’interrogatorio di garanzia avverrà alla presenza del difensore Silverio Sica, presso la casa circondariale di Salerno dove Eugenio Siniscalchi è detenuto anche per altro. All’interrogatorio sarà presente anche il sostituto procuratore titolare del fascicolo investigativo. Al 28enne di San Mango Piemonte oltre all’omicidio è contaestato anche di aver commesso il fatto con un minore e avvalendosi delle condizioni dell’articolo 416 bis.

Dai messaggi scoperto che D’Onofrio era a caccia di soldi

Alla base dell’omicidio oltre a vecchi rancori che si trascivano da tempo tra Ciro D’Onofrio ed Eugenio Siniscalchi, vi era anche una grave situazione debitoria che la vittima aveva. A seguito del decesso di D’Onofrio, gli investigatori, nell’analizzare il cellulare della vittima hanno rinvenuto una serie di messaggi dal cui tenore si evinceva senza alcun ombra di dubbio che D’Onofrio stesse attraversando un periodo di gravi difficoltà, derivategli da na serie di situazioni debitorie verso i suoi fornitori di sostanze stupefacenti. Addirittura in alcuni messaggi recuperati, D’Onofrio appare alla disperata ricerca di denaro per far fronte al debito derivante da pregresse forniture di stupefacenti delle quali evidentemente gli autori chiedevano il saldo immediato. Sia Ciro D’Onofrio che Eugenio Siniscalchi entrambi erano dediti all’attività di spaccio di sostanze stupefacenti.

Siniscalchi al padre: “Niente botte si deve uccidere”

Non a caso viene scelto anche il luogo dell’agguato. Nei pressi del chioschetto di Pastena gestito da soggetti vicini a Siniscalchi, suoi lontani parenti e da egli stesso frequentato abitualmente. E per questo confidava nel’omertà dell’ambiente circostante. Dai colloqui intercettati appare che Eugenio Siniscalchi volesse dare una lezione a Ciro D’Onofrio reo ( a detto di alcune persone che avevano riferito a Siniscalchi) di aver parlati male del 28enne di SanMango Piemonte. Nell’ordinanza di custodia cautelare gli investigatori parlano anche della personalità di Siniscalchi, la quale viene definita violenta e senza scrupoli. Una personalità violenta che viene evidenziata anche in un altro procedimento a suo carico dove Siniscalchi non esita a minacciare di morte Gianluca De Filippis e la sua famiglia al fine di ottenere i denaro provento dello spaccio. A tutto l’impianto investigativo si va poi ad aggiungere l’utilizzo disinvolto, da parte di Eugenio Siniscalchi, delle armi da fuoco come dimostrato dalla conversazione intercettata, il 28enne nel riferire al padre di un dialogo intrattenuto con un altra persona affermava: “…non si deve vatt…si deve sparare… se non capisce di una maniera….”

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