Gli eredi di Corsini chiedono lo sconto

Scritto da , 1 dicembre 2015

In ventisei chiedono lo sconto di pena. Ieri mattina il primo round, davanti al Gup del Tribunale di Salerno (Perrotta ndr), dell’udienza preliminare per i 28 indagati coinvolti nell’operazione Alice. Il processo è stato incardinato con la richiesta degli avvocati difensori di ammissione al rito abbreviato. Nella sostanza solo in due hanno deciso di essere giudicati attraverso il rito ordinario: Stefano Damiani (fratello di Bruno, indagato per l’omicidio di Angelo Vassalo) di Salerno e Nicola Russomando. In ventisei definiranno la propria posizione in abbreviato. Il nuovo sodalizio aveva come punto di riferimento Moreno De Simone, già elemento al seguito di Corsini, che subito dopo il ritorno in libertà avrebbe ripreso l’attività di spaccio e organizzato la rete dei complici. Antonio e Gianluca Vicinanza erano i suoi principali fornitori. Secondo gli inquirenti ad aiutare De Simone nella custodia della droga e nella preparazione in dosi c’erano Ciro Ciccolini e Vittorio Gallo, mentre Alessio Romano si occupava della consegna dei quantitativi più ingenti. Marco e Davide De Simone avrebbero poi assunto la guida del sodalizio nel periodo in cui il fratello Moreno era agli arresti. Giovanni Gebre e Fabio Salzano erano i referenti per Matierno. I collaboratori più stretti dei Vicinanza sono stati invece identificati in Gerardo Pierro e Marlon Dede, mentre Luciano Fiorillo riforniva dello stupefacente quando questo non veniva reperito nell’hinter- land napoletano. Poi c’era la rete di pusher, divisi per zone: Nunzio Ferrara e Giovanni De Riso in Costiera, soprattutto a Minori e Maiori (loro luoghi di residenza), Pietro Andria a Giffoni Valle Piana, Fabio Melchiorre a Vietri sul Mare, Giovanni Parisi a Giovi; Mariano Gambardella a Mariconda, Danilo Citro e Michela Vassallo a Pastena, Antonio D’Arienzo e Valentina Cioffi a San Cipriano Picentino, Umberto Maresca a Pontecagnano. Secondo gli inquirenti avevano messo su un organizzazione, dedita allo spaccio delle sostanze stupefacenti, che nei fatti aveva il compito di rimpiazzare quella capeggiata da Ugo Corsini. Fiumi di hashish e cocaina da Salerno alla provincia. L’inchiesta fu avviata dal sostituto procuratore antimafia Vincenzo Montemurro. Nel corso delle indagini sono state documentate, con appostamenti e intercettazioni, una sessantina di episodi di spaccio. Il linguaggio era in codice: “g&d;” per l’hashish, la “bottiglia di vino” per chiedere una certa tipologia di cocaina, i “mazzi di chiavi” per conteggiare il numero dei panetti. Poi la classica terminologia degli inviti a pranzo (“veniamo a mangiare in dieci”) per far capire di quanta droga si aveva bisogno. In alcune conversazioni si rintraccia pure il calcolo dei ricavi e la contrattazione con gli acquirenti. Il gruppo gestiva un territorio ampio fino ad arrivare ad Acciaroli grazie all’apporto di Stefano Damiani. L’udienza è stata aggiornata al 18 dicembre dal Gup Ubaldo Perrotta.

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